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Fino al 14.II.2016 | Devalle (1940-2013) | MART Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto, Rovereto

di - 13 Gennaio 2016
Al MART si è da poco aperta una retrospettiva sull’opera dell’artista torinese – ma milanese d’adozione – Beppe Devalle (Torino 1940 – Milano 2012), scomparso appena tre anni fa.
Aspetto peculiare di questa retrospettiva è l’allestimento che le si è dato: si è infatti scelto di ridare centralità all’architettura originaria del MART, spalancando le sale, lasciando a vista le colonne volute da Mario Botta e sfruttando, al massimo, la luce naturale dell’ultimo piano del museo, che si diffonde in maniera uniforme dai lucernai del soffitto.
Il forte impianto di ricerca che sostiene la mostra (testimoniato anche dalla completezza del catalogo), tenta di restituire la figura di Beppe Devalle nel suo complesso, con tutte le differenze stilistiche e tecniche che hanno caratterizzato la sua ricerca artistica nel corso dei decenni. Quest’artista, d’altronde, si è sempre distinto per la profonda conoscenza della pittura: non a caso, infatti, per buona parte della sua vita egli si dedicò all’attività della didattica, con le docenze all’Accademia Albertina di Torino prima, all’Accademia di Brera poi.
Le 75 opere esposte sono divise in nove nuclei, allestiti però in maniera fluida, evitando le rigidità esagerate di un impianto prettamente didattico; questi nuclei sono importanti perché aiutano il visitatore a seguire, passo dopo passo (o meglio…scarto dopo scarto), l’evoluzione del linguaggio di Beppe Devalle, conosciuto da sempre come un “ricercatore”, un artista che non si adeguava alle mode e ai movimenti, ma li analizzava sempre in maniera attenta, rifuggendo il mainstream tanto quando l’isolamento cocciuto e il ripetersi infinito di schemi codificati.
Si parte così, da un punto di vista cronologico, dalle opere degli esordi, ascrivibili al 1961-1963: in questa sezione si possono osservare gli esperimenti più vicini ad una poetica informale di stampo surrealista, di chiara matrice americana (Arshile Gorky in primis). Presto questi primi esperimenti prendono però una via molto più personale che passa prima di tutto – come accade spesso nella vita di Devalle – per uno scarto tecnico: il passaggio dal colore liquido ad un pigmento solido, con il ricorso ai pastelli di cera su carta. In aggiunta i quadri si fanno sempre meno astratti, informali, per lasciare sempre più spazio alla figura, stilizzata, pasticciata, quasi infantile.

Si giunge così alla seconda parte di questa mostra, dedicata agli anni 1963-1966 e all’adozione di una nuova tecnica: il collage. Sono gli anni della Pop Art e la risposta di Devalle si traduce, in un momentaneo abbandono della pratica pittorica, in favore del prelievo di immagini già esistenti: fotografie ritagliate dai grandi rotocalchi (spesso inglesi ed americani), assemblate su grandi fogli bianchi con dello scotch trasparente. Predominante è qui la fascinazione dell’artista per tutto ciò che è nuovo e moderno: le strade americane, gli aerei, i cibi industriali, le architetture moderniste, i colori smaltati, la componentistica delle auto di lusso, tutti questi e molti altri i soggetti che abitano i collage di questi anni, come Salem (1965). In breve tempo, però, torna in Devalle l’esigenza di fare pittura e così questi assemblaggi di carte si traducono, tra il 1965 e il 1968, in pitture di grandi dimensioni, come nel caso del quadro Strada Cormar del 1966.
Di questi stessi anni è anche l’approdo dell’artista alla terza dimensione, con la costruzione di quadri-oggetto-ambienti presentati nella terza sezione della mostra, dedicata al triennio 1967-1969. Si passa così, dopo questi lavori di forte impatto visivo, alla quarta sezione, che accoglie, quasi per contrasto, le opere più delicate e raffinate di tutta la mostra: una serie di fotomontaggi di immagini prelevate dai giornali più glamour combinate ad esercizi grafici di grande maestria. In un’opera come Greta Garbo Star (1970) ci troviamo infatti di fronte ad una sorta di studio dal vero, nel quale il disegno pare darci la chiave per interpretare il viso fotografato dell’attrice come se fosse un modello di un’assoluta ed ideale bellezza contemporanea.
Si giunge così ad una seconda fase – 1977-1983 – in cui Devalle prosegue con la tecnica del fotomontaggio, ma smette di utilizzare immagini già pronte, prelevate, preferendo invece ricorrere a fotografie prodotte da lui, e lavorando quindi su scatti fotografici di amici e parenti, o su autoscatti, come nel caso dell’autoritratto Aetatis meae XXXVI (1976). In aggiunta le opere di questa quinta sezione si distinguono dalle precedenti per il ricorso, negli interventi grafici, alle matite ed ai pastelli colorati, con il conseguente abbandono del puro bianco e nero. Questi interventi colorati sono preludio della successiva fase – tecnica e cronologica – di Devalle che fa ritorno, nel 1984, al disegno, abbandonando, dopo un decennio, il fotomontaggio. I formati di questa fase sono enormi, come nel caso dell’opera Le Corbusier (1988), lunga quasi 3 metri, e la maestria del pittore sta proprio nella capacità di mantenere una coerenza in prospettive scorciate su così vaste superfici. Le logiche conseguenze di questa ricerca sono presenti nella settima sezione della mostra, dedicata ai grandi formati degli anni Novanta. Qui la pittura si affianca al pastello ma, la maggior novità, è certamente rappresentata dal nuovo linguaggio, di sapore espressionista, adottato da Devalle nel ritorno alla figura umana, che viene deformata e quasi violentata. È infatti solo nella fase successiva, 2002-2008, che il pittore fa ritorno con più serenità al ritratto, riprendendo anche un’altra peculiarità del suo passato: la scelta di portare personaggi del jet set all’interno delle sue opere, personaggi non più presenti in forma di fotomontaggio, ma dipinti dal pittore. Le tele, ancora una volta di dimensioni notevoli, si popolano così di figure note: scrittori, poeti, artisti, attori, cantanti, e così via, come nel caso del quadro Play off (2003), un dittico dove si fiancheggiano Keith Haring e Pablo Picasso. La mostra si chiude con un’ultima sezione di opere inedite: i pastelli realizzati tra il 2009 e il 2012. Anche in questo caso la tecnica è lo strumento col quale Devalle, mai stanco di sperimentare, intraprende un nuovo percorso: il pastello rappresentava infatti certamente un pigmento cui lui più volte si era rivolto in passato, ma mai, come in questi ultimi lavori, su tele di formati così grandi. E sono proprio queste tele ad essere maggiormente esaltate nelle grandi sale del Mart illuminate a luce naturale e diffusa: la mancanza di ombre su di esse ed il grande respiro che le opere riescono ad avere in tal luogo sono il modo migliore per esaltare l’eleganza e la leggerezza di questi ultimi imponenti lavori, come Last Supper (Kate Moss, Andy Warhol, Maurizio Cattelan) (2011).
Giorgia Gastaldon
mostra visitata il 15 ottobre 2015
Dal 16 ottobre 2015 al 14 febbraio 2016
Devalle (1940-2013)
Beppe Devalle
MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Rovereto
Corso Bettini 43, 38068 Rovereto (TN)
Orari: martedì-domenica 10.00-18.00, venerdì 10.00-21.00

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