L’immagine che apre la mostra -e il catalogo- è Artificial Life, del 1999. Un volto orientale è preso a simbolo delle pulsioni contrastanti tra presente digitale e tradizione che caratterizza tutta la produzione di Matteo Basilè. Una foglia in primo piano, di un verde assoluto, artificiale, spicca sul viso in bianco e nero, la pelle umanamente imperfetta.
Poi, nelle altre opere, il punto di vista è ribaltato, la bellezza è perfetta, con occhi tanto grandi da sembrare irreali, mentre la natura mostra la sua presenza vera, quella di insetti che rimandano direttamente alla vanitas barocca. In questo modo, mostrando punti d’arrivo opposti, Basilè sottolinea la stretta dipendenza dell’uomo con il mondo -naturale e digitale al tempo stesso- un legame indelebile anche quando gli equilibri tra le diverse parti risultano mutati e irrecuperabili.
Quella di Rythms of an Hour è una bellezza impossibile da scalfire, sia scindendo il volto nei cinque light box che compongono l’opera, sia scratchando il volto con le linee irregolari segnate dal mouse. Nemmeno la mosca che sta succhiando l’epidermide del collo, divenendo protagonista di un quadrato, riesce ad essere elemento di disturbo. Proprio come la vespa di Tantoche si sta posando sulle
Minacciosa è solo la nuova “natura digitale” di Rose’s Mouth, dove il volto femminile ritratto a tre quarti è segnato da una bocca rossa e carnosa cosparsa di appuntite spine di rosa. Non è la sola dichiarazione dell’ingannevole forza della bellezza femminile, ma anche un accenno al pericoloso rapporto dell’uomo con la tecnologia, un rapporto che -complice una natura offesa- è pronto a ritorcersi in ogni istante contro l’uomo stesso, come già da tempo messo in evidenza dagli artisti post-human.
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