L’obiettivo è quello di dare spazio, in un contesto museale, ai lavori di artisti giovani. Anzi giovanissimi, nel vero senso della parola. Di più. Ancora studenti presso alcune accademie europee: quelle di Newport, Muenster, Sassari e Vienna. La mostra, insomma, è un Base Camp, un campo base, di nome e di fatto. La scorsa edizione c’erano una tenda canadese, un’alta fontana d’acqua improvvisata e un trolley letteralmente smembrato a rimandare all’idea di spostamento, di precarietà. La Kunsthaus di Merano organizza infatti –con la curatela di Valerio Dehò- questa ricognizione, unica nel suo genere in Italia, già per la seconda volta, con cadenza biennale.
Quest’anno i giovani si dimostrano maggiormente introspettivi. C’è molta fotografia che indaga momenti intimi: la vita da bar e le stanze degli adolescenti ricoperte di poster nei lavori di Danis Laner e Julie Fogarty; l’esperienza dei militari-bambini russi in Guy Martin o le esistenze mortificate nelle carceri minorili di Hong Kong in Stephen Kelly, tutti di Newport.
Se il confronto è con realtà lontane, differenti, anche se abitate ugualmente da adolescenti, in altre opere ritorna l’idea di casa, sia nel senso di quotidianità che come oggetto di riletture ironiche. Julia Arztmann e Je Hun Choi hanno creato un paesaggio tridimensionale di morbide casette con un patchwork di stoffe; Seabastian Walther invece, nei suoi disegni, mostra la casa del futuro, una residenza non più familiare, ma aliena, montata su cingoli, sospesa su un’alta antenna, o sotto un’astronave, oppure nascosta da una fittizia montagna innevata.
Niente paesaggi metropolitani in questa mostra, dove il punto di vista è più ravvicinato. Nel video di Lisa Pock l’inquadratura è talmente vicina che la trama della lana di un pullover si trasforma in una texture astratta.
A fare riferimento al traffico urbano è solo Thomas Eller nell’installazione, documentata da un video, che per la prima volta ha occupato uno spazio esterno alla struttura della galleria ed era visibile il giorno dell’opening dalla terrazza all’ultimo piano dell’edificio. Numerose automobiline giocattolo si muovevano una contro l’altra, tante, tutte uguali, confuse, con le luci lampeggianti, poi alcune si fermavano quando esaurivano le batterie, altre si incastravano, altre impazzivano ed iniziavano a girare su loro stesse come in un autoscontro in miniatura, ma molto più folle ed estremo di uno vero, molto più simile al traffico reale.
Tante foto, alcune installazioni, alcuni video, ma anche pittura. Visibile solo da lontano dalle finestre che si affacciano sulla scalinata interna, come i quadri delle chiese che si scrutano dal basso, è il Cristo col volto cancellato dipinto ad olio da Nazim Unal Ylamaz. È invece una pittura murale di grandi dimensioni eseguita direttamente su una parete del museo la grafica di Tim Cierpiszewski, una sorta di albero genealogico della simbologia contemporanea: all’interno di insiemi sono contenuti i disegni di oggetti comuni e di forme artificiali, tra loro uniti dalle precise diramazioni di un albero stilizzato.
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