Ingeborg Lüscher (1936) è un’esploratrice che ama viaggiare, esponendo poi i ricordi, tra forme, emozioni e materie. Tra i temi prediletti dall’artista svizzera c’è il fuoco, raccontato per metonìmia attraverso il suo principio, lo zolfo, e la sua fine, la cenere. Visioni sulfuree ma mai infernali, espletate in due colori dominanti, il giallo e il nero, tramite una serie di opere che ripercorrono gli albori artistici della Lüsher risalenti ai primi anni Settanta.
Legate al tema della cenere si ricollegano opere come Mantello, stivali e mozziconi (1971), ove i resti incresciosi di sigarette si accumulano sul vestiario come sciami d’api.
Il più delle volte questi due colori s’incontrano creando un forte impatto visivo, come nell’installazione Senza titolo (1995) dove neri pneumatici contengono lucente polvere di zolfo. Ma anche nelle numerose serie fotografiche: in Menetekel (1995) il giallo virato delle nuvole s’incontra in un clima apocalittico col nero inchiostro di un aereo da guerra, mentre in Sorgente (1995) i due colori sembrano fondersi quasi in un tramonto, forse un po’ blasfemo visto che il soggetto è un pene che orina…
Tra le installazioni, per mole colpiscono Perché tu possa camminare a Venezia (1998), onirico mantello in corteccia di palme da datteri e juta, e soprattutto I giardini pensili di Semiramide, opera realizzata per il Mart in occasione della mostra, ove gialle onde di plastica fluiscono con moto discendente, fragili e sconsolati simboli dello scorrere del tempo.
Due infine sono i video. Il primo, Fei-Ya! Fei-Ya! Fly, Fly (Our Chinese Friends) (1999), è un inno alla liberazione degli impulsi. L’altro, Fusion, dove gli improbabili giocatori di un match di football –con tanto di telecronaca– sono manager in giacca e cravatta, è accompagnato da una copiosa serie di fotografie e da un’installazione, nella quale sono presenti gli oggetti-reliquia dei giocatori, dal telefonino al notebook, dal giornale finanziario al contratto d’assicurazione.
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