“Volevano investirmi, era un sistema nuovo e divertente per ammazzare”, aveva dichiarato Gastone Novelli (come ricorda Andreas Hapkemeyer in catalogo). E lui, nato a Vienna nel 1925, ci ha lasciati, ancora giovane, a Milano nel 1968 in seguito ad un incidente post-operatorio. Un incidente, appunto, amaramente preconizzato dalle sue parole. Lui che era passato indenne anche attraverso la seconda guerra mondiale.
La sua ricerca, così come la sua personalità, erano in effetti –come testimonia anche questo aneddoto- caratterizzate da una lucidità investigativa, una coerenza nell’indagine, nello svolgere all’interno della sua opera pittorica le prassi del momento vissuto. Al loro interno erano presenti elementi geometrici, ma anche richiami all’Informale e all’Espressionismo astratto. Per giungere alla presenza di una vera e propria scrittura all’interno dell’opera, un’espressione verbale che non si limita più alla scelta di titoli intrisi di significati politici e intimisti. Sono annotazioni, frammenti, linee, numeri cerchiati con una linea rossa, indicazioni: quelle di Novelli sono aperture al fruitore, ad un rapporto diretto con esso, che lui stesso preferisce identificare come il “sociale” in senso ampio, indirizzando alla società tutta messaggi come Rivoluzione permanente.
Eppure, al di là di ogni parola e di ogni necessità di espressione esplicita, è il bianco assoluto che sembra attrarlo, così pregno di essenza e così difficile da leggere: “Il bianco è essenziale (coprire un corpo, una città, un mondo di bianco e scrostarne piccole parti significative, in gran parte rosse o rosee): il bianco può essere aspro, assorbente, morbido, ma respingente, che costringe cioè a una lettura di superficie, sordo come la sabbia imbiancata, viscido”, si legge dalle sue parole, ancora nel catalogo.
Venti sono le opere presentate dalla galleria, che partono dal 1958 con È stata una bella notte, per arrivare al 1965 con I giocatori nascosti nel bosco. Dalla scelta si può riscontrare quanto sia forte l’elemento intellettuale, scarna viceversa la varietà della gamma pittorica, sacrificata ai fini di un sondare interiore che fa emergere il segno. È un segno che rappresenta non solo una decostruzione delle associazioni linguistiche, quanto una re-interpretazione creativa verso l’apertura di mondi distinti, come l’arte visiva e la parola. Osservando queste opere è impossibile non pensare a Paul Klee, a Cy Twombly, e ad Achille Perilli, suo amico e co-fondatore della rivista L’Esperienza Moderna.
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anny ballardini
mostra visitata il 20 aprile 2006
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