Simbolismo survive. Dopo l’evento di Ferrara, il movimento che ha segnato la storia dell’arte a cavallo tra Diciannovesimo e Ventesimo secolo torna alla ribalta con un’imprendibile mostra dedicata a un suo protagonista: Maurice Denis (Granville, 1870 – Saint-Germain-en-Laye, 1943). Assieme a Bonnard, Vuillard, Vallotton e Sérusier, Denis partecipò all’avventura Nabis, unendo la lezione appresa da Gauguin, considerato da tutto il gruppo come una sorta di profeta, alla freschezza derivata dalla grafica giapponese, la cui influenza si nota maggiormente nella produzione xilografica dell’artista, posta a conclusione del percorso.
Attraverso un centinaio di piccoli e grandi capolavori -molti dei quali provenienti dal Musée d’Orsay, anche se non mancano chicche pressoché inedite da collezioni private, il percorso artistico di Denis è scandagliato compiutamente sia per quanto riguarda il susseguirsi delle fasi stilistiche, sia per la varietà delle tecniche impiegate. A iniziare dal design simbolista, soffice e trasognate, fatto di vasi aggraziati, mobili con pannelli dipinti e un paravento di gusto orientale che sembra uscito da una casa per bambole. E poi la grafica, fatta certamente di litografie e xilografie, ma anche di raffinati libri illustrati e di squisiti ephemera cartacei, come i biglietti che l’artista era solito illustrare in occorrenza di una natività…
Il cuore del percorso è però il ricco nucleo di dipinti, e lo straordinario uso del colore che li caratterizza.
Superato presto il canto delle sirene tardo-impressioniste, il pennello di Denis volse infatti verso una stesura per zone cromatiche, delineate da precisi contorni, mai sfumati. In tale processo influì senz’altro la novità del japonisme, ma anche una sentita ammirazione per la pittura rinascimentale italiana, in particolar modo quella di Piero della Francesca e di Beato Angelico. Fu proprio la pittura del frate domenicano, apprezzata durante i numerosi viaggi in Italia, a portare Denis a una personalissima declinazione pittorica della propria fede cristiana, sentita al punto di trattarla anche a livello teorico.
È soprattutto nelle opere in piccolo formato che la luce divina si fonde con quella della tavolozza dell’artista, come dimostra il Cristo verde del 1890, al limite dell’astrazione. E questo senza nulla togliere alla sua preparazione nella decorazione in gran formato, anch’essa documentata nel percorso da opere come il ciclo de La leggenda di Sant’Uberto, o quello de La glorificazione della croce.
Ridurre l’attività di Denis alla sola pittura religiosa sarebbe però una bestemmia. Le opere più piacevoli e trasognanti sono infatti quelle immerse nella luce di un sole bucolico, di un’eterna estate.
Dipinti tutti dominati da figure femminili, ora definite da preziosi e sinuosi arabeschi, come ne Le Muse, ora segnate da accenti di sensualità, come nelle Bagnanti, ora pigramente trasfigurate in un sogno d’adolescente, come ne Fanciulla addormentata nel bosco magico.
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