Karen Yurkovich (1963), artista canadese, è un’attuale e raffinata amante della natura morta, di quel genere, simbolico ed allo stesso tempo espressione di un’epidermica forma di realismo, che trova origine nell’Europa manierista che già guarda al barocco.
Il genere, figlio della lenticolare attenzione nordica per la precisione del particolare, seppe conquistarsi estimatori tra i mercanti della fiorente borghesia di Anversa e Haarlem, presso la corte di Rodolfo II d’Asburgo e quella medicea, e, come ogni altra pittura di genere, ebbe i suoi specialisti, abili nel contraffare fiori, frutti, avanzi di pasti, strumenti musicali, selvaggina ed altro ancora. Si tratta di trionfi d’insiemi che hanno indubbiamente una chiara connotazione scientifica vicina alle illustrazioni di naturalisti quali Ulisse Aldrovandi, ma non possono certo sfuggire il loro preciso e moraleggiante significato simbolico e gli ammonimenti alla brevità della vita, ai mutamenti degli eventi, all’illusorietà della bellezza. A volte è la presenza, bella e inquietante, di una farfalla, a volte altri piccoli, dettagliati insetti, che di quella bellezza trionfante trovano nutrimento; a volte, specie in età barocca ove più forte era il gusto per il macabro, il destino della vanitas è concretizzato in lucidi quanto inquietanti teschi.
Forti di questo preciso sguardo al passato, le nature della Yurkovich risultano spurgate da espliciti e tragiche allusioni, ma non nascondono un estraniante senso d’inquietudine tutto contemporaneo. Le sue composizioni sono adagiate su caldi ed accoglienti fondi monocromi che ricordano il Canestro di frutta di Caravaggio e la superficie della tela è costituita da un materiale antico e naturale come la canapa. Eppure le opere appartengono a una dimensione altra, pittoricamente mutata, ad una natura altra, geneticamente modificata. Nella tavola non vengono identificate le suddivisioni e le enumerazioni di specie differenti, come all’interno di un erbario, ma le modificazioni da un’unica matrice, da un’unica radice dalla quale prendono vita diverse specie vegetali.
Melog (2003) accomuna, in un torcersi di ramo, la cangiante cromia del melograno con la pungente bellezza di una rosa rossa, passando per il frutto e la foglia del fico. Altre ancora di queste filiazioni illegittime tornano in 1001 notti (da incubo) (2003), dove un grosso ramo contorto è carico del peso greve di grappoli d’uva acerba, pesche vellutate, pere che tendono a cadere per la raggiunta maturità e ancora sparuti fichi.
Nelle quindici opere in mostra il dialogo tra natura ed artificio appare assai riuscito, ripetuto ma mutevole. Le intonazioni vanno da quelle cupe e fosche di Paolo e Francesca (2002) a quelle sensuali di Cross me (2004) e intime di Gemelli (2003). La Yurkovich dà forma in questo modo a un memento, allo stesso tempo atavico quanto tecnologico, rivolto alle eterne insidie della bellezza.
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