L’invasiva presenza di loghi e immagini di più o meno inutili prodotti nell’immaginario di massa è cosa nota e l’arte contemporanea, per sua naturale essenza, non poteva esimersi dall’invasione di campo, dal flirtare, seppur per gioco e con massicce dosi d’ironia, con la pubblicità, le sue forme, il suo linguaggio.
Gli spauracchi di una commistione tra sacro e profano sono però qui totalmente inutili; non c’è nessuna volontà di mescolare i generi e l’occhio al centro della mostra è sempre e comunque quello dell’arte. Del resto non serve scomodare il Depero più pubblicitario o le varie correnti pop per rendersi conto di quanto questi due generi visivi si confrontino con il medesimo substrato sociale, né di quanto essi guardino –mantenendo la propria specificità- l’uno all’altro. E’ un incontro-scontro che ha origine nella cartellonistica di fine Ottocento, ma che assume oggigiorno dimensioni globali, al pari dello stesso mercato.
Una peculiarità degli artisti che meditano sul linguaggio pubblicitario –ma anche, come evidenziato a suo tempo da Lamberto Pignotti, della pubblicità che guarda all’arte- è lo stretto rapporto parola-immagine. Ed è quello che emerge da questa mostra, in una casistica che va dal testo puro alla pura immagine. Un perfetto equilibrio tra le parti è presente nella rivista Permanent Food di Maurizio Cattelan, qui presente in collezione completa: un magazine che è una scelta di pagine estratte da altri magazine.
Un simile blob mediatico è anche, in forma video, il lavoro di Daniel Pflumm, che ha montato una selezione di brevissimi frame pubblicitari associati per tipologia (idea di fluido, idea del tatto…). Se il bolzanino Berty Skuber ha realizzato quadri-accumulazioni cucendo assieme piccoli loghi di stoffa di marche più o meno note di vestiario, Olaf Nicolai adotta al contrario una scala monumentale. Il suo Big Sneaker è un’enorme scarpa gonfiabile griffata Nike –multinazionale tra l’altro bersagliata per la disdicevole condotta etica in paesi del terzo mondo dai net artisti 01.org– al cui interno il visitatore può perfino sdraiarsi; un logo-gigantismo che ricorda gli archi di Mc Donald’s esposti alla Biennale del 2001 da Masato Nakamura.
Se le shopping bag di Antonio De Pascale giocano tra immagine e contesto imprimendo una copiosa serie di fotografie di cataclismi su borse per la spesa, quelle di Maurizio Nannucci, una volta regalate ai visitatori, sono al contempo opera d’arte e pubblicità itinerante dell’esposizione e del museo stesso.
Daniele Buetti propone invece un forte contrasto tra la bellezza di una serie di modelle e la violenza dei loghi di notissime marche, che corrompono il loro corpo come dolorose piaghe; un horror più carico d’ironia è invece quello di Maciej Toporowicz, il cui lavoro –un manifesto ma anche una serie di bottiglie di vino in tiratura limitata- consiste nell’associare il profilo di Nosferatu con lo slogan don’t drink blood dronk wine!.
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Lamberto Pignotti, Figure e scritture. Su certi segni delle arti e dei mass media, ed. Campanotto, 1987
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