Annamaria (1930) e Marzio Sala (1928) vivono a Bonn, dove si sono formati e dove realizzano le loro opere. Una parte di esse sono in mostra negli spazi del Mart di Rovereto, altre saranno esposte il prossimo anno alla Kunsthalle di Brema e al Kunstmuseum di Bonn. L’esposizione è infatti un’antologica divisa in tre sedi e in tre momenti, curata da Giorgio Verzotti, Wolf Herzogenrath e Dieter Ronte. I lavori vanno dal 1970 fino alle ultime realizzazioni, con le opere tratte dal ciclo Enigma, Il violinista (2002-03) e Ich und Ich (2005-06).
La ricerca dei due artisti parte imprescindibilmente da una riflessione teorica e filosofica, attraverso la quale nascono opere che pongono l’osservatore in prospettive visive e mentali inedite. Per questo i Sala, quando si riferiscono ai propri lavori, parlano sempre di arte mentale: un’arte che va contro ogni conformismo radicato, in tutti gli ambiti disciplinari. In questo specifico approccio è proprio la filosofia a fare da fondamento riflessione sull’agire artistico, non il concettualismo. La loro arte mentale -o arte teorica– è un lavoro di ripensamento, di messa in discussione, per produrre un processo che è anche etico e sociale.
Nella loro espressività non c’è una pratica artistica prevalente, né tanto meno definitiva. Video, musica, installazioni sono il risultato di un’investigazione legata al momento temporale che fa da sfondo all’atto creativo. Il ciclo Chronhomme, realizzato tra il 1987 e il 1994 ed esposto nella sua versione integrale per la prima volta in Italia, si presenta come una “drammaturgia temporale”; il racconto di una teoria in cui il tempo è l’origine di tutti gli spazi. In apparenza sono figure geometriche che oscillano in forma di diagrammi e che si compenetrano, ma in realtà si tratta di cronometrie: questi quadri mobili, che si formano continuamente a cascata, sono infatti quadri di tempo.
Nei diagrammi inoltre sono inserite due figure umane maschili che nel corso dei sette atti quasi invadono questo paesaggio astratto, finché lentamente scompaiono. È un processo liberatorio che vuole sganciare l’interiorità umana dalle limitatezze del pensiero calcolatore.
L’installazione filmica Il violinista proietta su due pareti contrapposte immagini che obbligano l’osservatore ad operare un montaggio personale: vanno riviste per trovare connessioni, uno sviluppo logico non immediato.
Ma c’è un’opera chiave che rende conto di tutta la teorizzazione dei Sala. È White Box (1980) che possiamo vedere raccontata in un video-documentario. Si tratta di una scatola bianca che contiene tre grossi volumi candidi intitolati Arte teorica I, II, III: una sorta di summa, di compressione di tutte le opere realizzate dal 1945 in poi, dei diagrammi, le partiture e i testi che rendono così leggibile la loro intuizione artistica.
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