Non è nuova ad installazioni site-specific l’artista trentina Annamaria Gelmi che ha studiato negli anni Sessanta all’Accademia di Venezia con Saetti. Alla Rocca Paolina ha installato nel 2000 uno dei suoi Labirinti fatti di un basso perimetro di ferro e nel parco dell’Istituto Italiano di Cultura di Innsbruck le sue croci di metallo e vetro verde, che nella trasparenza del materiale si fondono con il colore naturale dell’erba. Al Castello di Pergine sono riproposte anche queste opere, ricollocate in uno spazio altrettanto inusuale, su un piccolo terrazzamento accessibile da una stretta scala o sul prato che precede il secondo ingresso. Ma qui la dimensione storica è ancora più amplificata, le altezze dei muraglioni sono imponenti. Le sculture e le installazioni che ogni estate -da quindici anni a questa parte con personali di Plessi, Licata, Habicher– vengono collocate all’interno delle mura del castello della vallata appena sopra Trento, lottano infatti in un confronto impari, tutto sbilanciato verso il passato, e per questo puntano sempre su volumi e altezze elevate.
Per questa situazione inedita Gelmi ha pensato un percorso installativo articolato che non esclude nessun angolo dei dintorni del castello, nessun anfratto delle mura che lo circondano e nessun tratto del sentiero che gira attorno. Ma ogni opera si presenta con un linguaggio autonomo, che passa da forme simboliche a sculture rigidamente geometriche, traducendo la mutevolezza del lessico espressivo dell’artista e la varietà degli scorci che avvolgono il castello.
Apre la mostra una lamiera rosso vivo che si inarca sopra la strada anticipando il portone che introduce alla prima cerchia di mura. L’installazione è imponente, ma inganna sul suo peso e la sua consistenza perché in realtà si tratta di una lamina sottile e flessibile. Un fiore stilizzato che
Più spesso non ci sono riferimenti precisi a figure reali, ma gli intereventi riprendono la forma allungata delle feritoie, l’accentuato dislivello del prato in Doppia curva e le merlature in Torri che tradiscono una forma più ostentatamente contemporanea tanto da innescare un inevitabile raffronto tra le Twin Towers e i torrioni medievali.
In questa stretta interazione con il luogo, il Labirinto del 2000, così come la Serra posizionata al centro del parco interno, risultano una rivisitazione dei labirinti dei giardini classici. Nella cappella interna invece il visitatore non può entrare, può solamente osservare da un’inferriata: qui una croce si appoggia orizzontalmente sull’altare e fa partire dalle sue estremità fili metallici come raggi di luce che rileggono l’effetto delle aperture capaci di convogliare la luce naturale sugli antichi altari.
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