Emilio Isgrò (1937), il grande cancellatore dell’arte contemporanea, iniziò nel 1956 a comporre poesie. Successivamente si avvicinò alla poesia visiva, scoprendo le enormi possibilità espressive dell’alfabeto. Nel 1962 ha realizzato le sue prime opere, proponendo, come una sorta di ready-made tipografico, titoli e articoli di giornale che, presentati come opere d’arte, non possono che invitare al superamento del loro mero significato letterario.
Ed è da questo incipit creativo che inizia la bella mostra di Transarte. Pur concentrandosi sulla produzione degli anni Ottanta e Novanta, il percorso incastona infatti al suo interno un piccolo diamante datato 1964: si tratta di un articolo di giornale titolato Agente 007 missione Goldfinger. Molte poi le cancellature. Ma non quelle ‘classiche’, realizzate a partire dal 1964 su articoli di giornali o più corposi libri. E nemmeno quelle ‘virtuali’, come quando –nel 1973- Isgrò puntò all’autocancellazione pubblicando L’avventurosa vita di Emilio Isgrò, una raccolta di false testimonianze sull’artista ove nemmeno i suoi genitori sembrano riconoscerlo.
Quelle presentate a Rovereto sono cancellature d’immagini, un percorso che Isgrò intraprese solo nel corso degli anni Ottanta, coprendo con della pittura bianca immagini fotografiche. In verità le schegge che emergono portano a risultati non differenti –se non sul piano del medium- da quelli ottenuti con le cancellature di testo: uno stravolgimento del significato originario, una rinascita del preesistente attraverso il segno annullante dell’artista. Dalla lucidità realista della fotografia si passa così all’allucinazione astratta della cancellatura, che fa emergere persone come spettri da paesaggi irreali (Tre apostoli e mezzo, 1985), oppure scheletri di figurazioni indecifrabili (Interno rovesciato, 1987) che talvolta si atomizzano in forme di assoluta astrazione (Il Calcolo e la Faccia, 1987).
A volte la cancellatura interviene su immagini di pitture del passato, come nel caso di Concerto per violoncello del 1986 o di Ritratto per l’anniversario, dello stesso anno. Non l’ironico sfregio duchampiano sulle icone della storia dell’arte, ma al contrario la rinascita di un segno attraverso l’innesto di nuova linfa creativa, seppur candidamente cancellatrice. Un bianco insomma che mai annulla, nega, reprime; piuttosto un’epifania rinnovata da un segno che ri-cicla, che mette insomma nuovamente in moto le immagini, ma su altri binari, assolutamente diversi da quelli di prima.
A queste opere pittoriche sono affiancate nel percorso alcuni semi, taluni in gran formato, realizzati in poliuterano. Si tratta di opere che si ricollegano da una parte al tema della memoria, dall’altra al concetto di (ri)nascita, come visto ingrediente-base anche di molte cancellature. Uno di questi, Decorosamente (1998), è stato non a caso donato al Mart, come auspicio di sinergia tra il museo e le gallerie cittadine.
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duccio dogheria
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