La follia che emerge in questa mostra ha poco, nulla di patologico e di clinico. E’ una follia senza patente, ma non è certo meno profonda e tragica di quella certificata da psichiatri in camice bianco. Anzi, è una pazzia che nasce dall’eccesso del suo opposto, la normalità. Dimensione follia è una panoramica in trenta vedute dello sconfinamento tra pulsione e norma, dell’epico scontro tra Ego ed Es, di una lacerante tensione d’opposti.
Alcuni video testimoniano performance ormai storiche in cui senz’altro si può rintracciare il gene della follia. E’ il caso di quella di Chris Burden del 1971, nella quale l’artista si fece sparare al braccio da un amico, o di quella altrettanto impressionante di Vito Acconci, eseguita nel 1972 alla Sonnabend Gallery: l’artista parlava masturbandosi sotto una piattaforma sopraelevata, mentre gli spettatori camminavano sopra di essa, attoniti. Altri cult sono le performance di Bruce Nauman, di Michael Smith e di Marina Abramovic, la quale si pettina e al contempo si strappa i capelli in una tensione/distorsione del concetto di bellezza.
Il corpo sembra dunque essere il luogo ove la follia cova e si alimenta, una sorta di specchio deformante dell’animo -come nel video di Paul McCarthy e Mike Kelley– ma anche campo della lacerazione e della mutilazione, come nei cibachrome di Roberto Cuoghi. Corpi attraversati da imprevedibili guizzi, talvolta materializzati in anguille (in Untitled di Patty Chang), talvolta sottoposti a slanci che rasentano il suicidio, come nei lavori di Li Wei. Passioni che esplodono violente e distruttive (in Piñata di Aernout Mik), spesso innescate nel grembo della famiglia (è il caso dell’opera di Gillian Wearing), spesso congenite nell’età-simbolo della fibrillazione psichica e fisica, l’adolescenza (in Disappear Here di Sue de Beer).
Se l’urlo è l’esplosione della follia, l’isolamento, l’ossessione resa muta sono la sua implosione. Labirinti fisici che rimandano a quelli psichici, come nell’installazione di Monika Sosnowska, ma anche gabbie reali, come quella di Cesare Viel, o quella di Maria Marshall che imprigiona un bambino dal sorriso così inquietante da sembrare una versione moderna e infantile dell’Autoritratto sorridente di Richard Gerstl. Prigioni che spesso non hanno sbarre d’acciaio bensì le fattezze delle mura domestiche, non meno impenetrabili, sia quando rasentano la claustrofobia e l’isolamento assoluto, come nel lavoro di Gregor Schneider, sia quando sono spruzzate da un tocco di luce e colore, come nell’opera di Yayoi Kusama.
Normalità, genio, follia? La soluzione va lasciata forse alle parole del poeta libanese Kahlil Gibran: La differenza fra il saggio e il folle è più sottile della tela del ragno.
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Roberto Cuoghi
duccio dogheria
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