“L’illusione cessa là dove inizia la metafora”, scrive Marion Piffer in catalogo. Nel momento in cui si procede alla manifestazione visiva del reale, il velo illusorio viene tolto e rimane la crudezza effettiva dell’esistere.
Questo è il messaggio di base del giovane artista Josef Rainer scelto dalla curatrice Sabine Gamper per una personale. Una mostra che conserva un suo carattere ludico-estetico con queste figurine dal maglione a girocollo rosso e i pantaloni blu, o gialli, le camicie a quadri: figurine smilze, indaffarate, dalle spalle flosce.
Sono comunque tutti uguali, senza viso né occhi e senza alcun carattere distintivo, ognuno simile all’altro. Sono come la
La donna accompagnerà la stessa carrozzina rossa per sempre, e il bambino avrà sempre e solo la stessa palla, e quell’omino dalla falcata lunga e le braccia penzoloni sarà dannato a quel movimento senza mai potersene staccare; mentre le due amiche che chiacchierano sedute dovranno perseguire anche a conclusione degli argomenti.
Così, ciò che inizialmente divertiva di questi uomini pupazzi, riporta a una visione quasi dantesca dell’universo, il panorama si fa inquietante, un misto di ironia e spiazzamento in uno spazio ridipinto per l’occasione di un bianco accecante.
In catalogo sono contenute le numerose foto dell’artista che ritrae le sue creazioni in momenti distinti. Un autoscatto immortala Rainer sulla scala da imbianchino con l’omino in basso alle prese con il proprio secchiello. Realtà, ironia, gioco, ripensamento, festività di elementi e ripetitività del gesto, una visione volutamente ristretta per riflettere sui fruitori l’irrisorietà del momento attuale quando, gonfiato dall’illusione, deborda dai confini.
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