Era il 1970 quando Hamish Fulton (Londra, 1946) espose per prima volta in Italia. Recentemente è stato invitato come visiting professor al corso della Fondazione Ratti e ora il Museion di Bolzano ha allestito una bella personale del walking artist. A causa della scelta performativa di Fulton, volta al carattere esperienziale del suo fare-arte, solitamente il visitatore può osservare fototesti e wall painting. In questo caso, i fototesti sono affidati al libro d’artista che accompagna la mostra, lasciando dunque campo libero alle pitture murali –dove ai riferimenti spazio-temporali delle performance si aggiungono brevi testi che comunicano, insieme alla scelta dei colori utilizzati, alcuni aspetti dell’esperienza dell’artista- e alle composizioni realizzate con bastincini in legno sui quali Fulton interviene con scritture a matita.
La dimensione performativa bolzanina è consistita in “8 camminate di una giornata ed un’arrampicata con guida sulla cima della Marmolada a 3343 metri” (2004). Le azioni si sono concretizzate in una serie di cartelloni di grandi dimensioni che verranno diffusi sul territorio e che accolgono il visitatore a Museion. Inoltre, una sala è dedicata all’esperienza, con una formula piuttosto inedita: un wall painting sulla parete frontale e due skilines sulle pareti opposte. Nelle altre sale, Up Down (le ascese dell’Aconcagua nel 2003 e del Denali nel 2004), pittura murale a doppio trapezio, con al centro una forma entomologa perfettamente simmetrica. Abbiamo chiesto qualche delucidazione a Fulton: “Raffigura la stilizzazione di un insetto che vedevo sempre sulla finestra della mia stanza.” spiega “È molto piccolo, circa un centimentro, ma ho deciso di renderlo importante. È un modo per dire quanto sia fondamentale la biodiversità, anche se riferita a un essere apparentemente insignificante”. Fra i wall painting più spettacolari, The Sea è composto da lettere rosse, intercalate da cinque frecce che descrivono altrettante estenuanti camminate coast to coast. Per comprendere a fondo le piccole installazioni composte da legnetti, uno strumento è fornito dallo stesso Fulton con la pittura murale Twenty Eight Sticks, dove ogni bastoncino è messo in relazione con una singola camminata nel contesto di un progetto più ampio. Allo stesso modo, i simboli numerologici possono significare ore di cammino, giorni, altezze ecc., e sotto il manto di una banale corrispondenza, spesso nascondono l’essenza più intima del viaggio fisico e mentale di Fulton.
Le imprese dell’artista londinese giungono sino al limite del concepibile, come nel caso di The Flow of Water (2002), che lo ha portato da Bilbao a Rotterdam in due mesi. Nel corridoio, Stop Dont Walk richiama le 17 camminate risalenti al 2003, avvenute a Santa Fe. Il prodromo di altre camminate urbane che Fulton sta progettando a Los Angeles e Chicago. Un chiaro messaggio a quanti lo hanno riduttivamente definito un “artista ecologico”. Ma quel che più pare interessare a Fulton è l’esperienza del (proprio) corpo, come quando ha camminato ininterrottamente per tre notti e due giorni. Per questo si dovrà parlare di performance più che di Land Art, dove è il sangue, il cuore, la mente a costituire il centro dell’azione. Altrimenti si sfocia nel fraintendimento di qualche “illustre” critico, che è arrivato a tacciare Fulton di una sorta d’escursionismo egocentrico.
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marco enrico giacomelli
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