E’ una vera e propria sede staccata del museo, una struttura di quattro metri quadrati aperta sull’esterno da due vetrate ed inserita in un quartiere periferico di Bolzano: al suo interno sono visibili ad ogni passante le opere provenienti da Museion. Ad Alberto Garutti, che ha ormai all’attivo numerosi interventi di questo tipo, abbiamo chiesto di parlare dell’ultimo progetto e della sua idea dell’arte pubblica.
Cosa hai regalato alla città?
Mi piace che tu dica “regali” perché in realtà io penso sempre che un’opera sia un dono. Poi i doni sono qualche volta graditi, qualche volta sgraditi. Comunque è una cosa che viene data con grande partecipazione sentimentale. E questa è la chiave del lavoro.
E il dono è stato gradito? Hai tastato il polso della ‘gente’?
Questo lato del mio incontro coi cittadini c’è stato, come c’è sempre. Ma ormai
In questo caso si tratta di un’opera per l’opera. Tu sei il traduttore?
Un artista che lavora in uno spazio pubblico deve attivare dei meccanismi che non sono gli stessi di quando agisce in un ambito specialistico, come in un museo. Bisogna cercare di rispettare il contesto, bisogna raggiungere un impatto rispettoso dei cittadini e di ciò che già esiste. Ma soprattutto si deve tentare di toccare la sensibilità della gente che abita nello spazio pubblico della città.
L’impatto, i tempi e le modalità di fruizione sono diversi. Come si riesce a fare arte pubblica?
Tutto è diverso. E’ proprio il “mettersi al servizio di”. Come in passato la Chiesa non poteva costruire mille basiliche e allora ogni tanto qua e là nel territorio, urbano e non solo, costruiva piccole cappelle, dove al vecchietta e il ragazzino potevano andare e accendere una candela, così, se non si possono distribuire mille musei dappertutto, allora io ho creato un piccolo museo. E’ un dono nei confronti degli abitanti. Tant’è che la didascalia è urlata ed è scritto sul muro in grande: “In questa piccola stanza sarà esposta periodicamente un’opera proveniente dal museo d’arte moderna e contemporanea di Bolzano per far sì che i cittadini di questo quartiere la possano vedere. Questo progetto è dedicato a tutti quelli che passando di qui anche per un solo istante, guarderanno.” L’opera è per i cittadini ed è così spiegata a loro. E’ un andare verso di loro e l’opera d’arte pubblica deve fare questo sforzo.
E’ una responsabilità storica. Una volta le città erano fatte di case e di piazze. Oggi invece sono un sistema di relazioni. E tutto questo è accelerato ancora di più dai media. Bisogna essere consapevoli che l’ego contemporaneo è più complesso e contiene l’idea di una sensibilità collettiva. Quindi l’andare verso gli altri significa andare verso la collettività. Gli artisti e l’arte l’hanno sempre fatto nella storia dei secoli: i nuclei storici delle le città sono stupendi perché gli urbanisti, gli architetti, i principi e i papi lavoravano tutti insieme su un progetto straordinario che abbiamo ancora sotto gli occhi.
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