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20.XI.2015 | Felipe Arturo, Huerequeque Bar, Project for an expanded documentary | Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia |

di - 28 Novembre 2015
È in dialogo con il Fitzcarraldo di Werner Herzog, l’Huerequeque Bar di Felipe Arturo, ma lo precede anche se quest’ultimo segue il primo di trentatre anni. E d’altra parte senza quella grande pellicola neanche esisterebbe questo “progetto di documentario sperimentale”, come spiega l’autore di Bogotà che con l’omonimo lavoro si è aggiudicato il premio residenza studio illy Sustain Art 2015 della Fondazione Bevilacqua la Masa.
E però gli sta prima, dicevamo, nonostante il sostanzioso scarto di tempo: perché del Hauptwerk di Herzog, il lavoro di Felipe Arturo ne scava il gioco della rappresentazione, al di là di qualsiasi ricostruzione a posteriori o backstage che si voglia. Ricostruisce, invece, gli ambienti e i volti Iquitos, centro peruviano dell’Amazonia dove fu ambientato Fitzcarraldo, e porta in video il virtuosismo cromatico della giungla mostrandola prima che sia risolta nella fotografia di Herzog. Tant’è che l’artista di Bogotà punta l’obiettivo su quel circuito di contraddizioni che si apre nella differenza tra la rappresentazione del sé e la rappresentazione cinematografica. Risultato raggiunto attraverso l’accidentalità di una conversazione – che è poi il cuore di questi appunti per un documentario – con l’attore che interpretò se stesso nel personaggio di Huerequeque. Un anziano abitante dell’Amazonia peruviana e rintracciato e filmato da Felipe Arturo, proprio lì, davanti un piccolo Bar ancora oggi aperto. Quell’uomo, sembra suggerire l’Huerequeque Bar, che incuriosì Herzog, ma che non fu risolto nel suo capolavoro.

Ed è proprio a partire da questo dialogo, tra Huerequequereale e il suo doppio cinematografico, che si scopre come il personaggio della pellicola di Herzog fu ispirato alla vita dell’attore che lo interpretò, ma ciò che nel film rimane una coincidenza fortuita tra finzione e realtà, in Huerequeque Bar diventa la porta d’accesso al lato meno documentaristico e forse più originale di questo lavoro.
«Per Huerequeque – spiega Filipe Arturo – penso che questa coscienza cinematografica di se stesso è completata da un’altra dimensione a noi sconosciuta, la sua autocoscienza narrativa».
Ed è così che la rappresentazione è scavata e raccolta nel sé narrante, ma il debito, o meglio il punto, si precisa in un’altra scena. Accade quando Felipe Arturo proietta sul reale Huerequeque le stesse immagini dell’Huerequeque del Fitzcarraldo, mentre la conversazione piega sulla storia del Bacino Amazzone. Si parla dei sistemi di estrazione della gomma e dei commerci delle materie prime con i coloni, fino a narrare il sé di Iquitos: la costellazione tra passato e presente che di quel luogo ne costituisce l’identità, e che nelle immagini del Fitzcarraldo proiettate sul corpo dell’anziano indigeno ne danno lo scarto. Un espediente, la proiezione del film sul corpo del reale Huerequeque, che capovolge il vuoto della rappresentazione della pellicola ricostruendo un fondo rimasto muto. Un espediente, peraltro, che ricorda l’Intellettuale di Fabio Mauri: si era a Bologna, nel 1975, e le sequenze erano quelle del Vangelo secondo Matteo proiettate sul corpo del suo autore, Pasolini, restituito in quel momento felice coincidenza tra vita e opera.
Marco Petricca
20 novembre 2015
Felipe Arturo, Huerequeque Bar, Project for an expanded documentary
Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia

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