Se il linguaggio espresso in quegli anni da artisti del calibro di Wharol and company sembrava irriverente, assurdo, stralunato (e aiutatemi con gli aggettivi), anche se nascondevano tematiche di fondo che oltrepassavano il (già noto) ready-made di Duchamp e dei dadaisti in genere, quello presente in questa mostra (se può) lo riprende e lo estende ad una attualità sconcertante. Le opere di artisti come Jeff Koons, o David Lachapelle magari le riconosciamo a vista (vuoi per tematiche e stile, vuoi per la notorietà che le accompagna), ma che dire di quelle dei giovani: Silvano Tessarollo, Marco Papa, Loris Cecchini o Marco Samorè (ne cito solo alcuni)? Le possibili risposte sono: “tutto qua?”- “Non capisco…ma che sarebbe?” – “Non ci trovo novità interessanti!” – “Ma gli artisti del pennello…”…oppure, nell’ipotesi più propensa al positivo: “I geni del domani” – “Metafore ed allegorie del quotidiano per il futuro”- “Assolutamente divino!” – “Et voilà…l’arte giovane!”. Ehm…direi che tra le risposte dell’ipotetico elenco forse nemmeno una si addice a pieno, o meglio, tutte appartengono in misura eguale alla “possibile verità”. Se vista in questa ottica allora devo formulare un elogio agli ideatori (della mostra è sottointeso) del titolo dell’evento: Fantapop. Fanta, come fantascienza (sguardo al futuro della comunicazione tingendone le briglie nel minestrone del presente), ma anche Fanta, come l’aranciata artificiale (prodotto di largo consumo che disseta generazioni su generazioni accontentando schiere di giovani sudaticci, ma anche industriali benpensanti, mamme radiose, pubblicitari scatenati…); Pop, allora in chiave “popolare” (nel senso della gente, del “noi” dunque), ma altresì in vece di quella più famosa (Pop Art) corrente, della quale questa mostra si imbratta. Ma veniamo alle opere esposte: modella manichino futurista in un paesaggio alienante da montagne russe (David LaChapelle); pistole con gambe da donna …o viceversa donna con corpo a pistola (Laurie Simmons);
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