La rassegna, curata da Renato Barilli e Lia Durante, è arrivata alla sua terza edizione e quest’anno ha trovato tutti d’accordo. Ben cento critici sono stati chiamati a scegliere il più meritevole tra i giovani artisti italiani, under 40. I due artisti torinesi – tra i pochi italiani presenti all’ultima Biennale di Venezia e i soli invitati alla prossima Biennale di Corea – hanno avuto il giusto riconoscimento e quest’estate avremo modo di rivedere alcune delle loro opere realizzate dal 1996 ad oggi.
Paesaggi infidi, cieli lividi, edifici disastrati, ammutoliti eppure abitati, ma da persone senza volto, senza una propria identità, perché portatori di un’identità collettiva. I due artisti spiegano: “dei nostri personaggi non mostriamo i visi, non vogliamo che l’attenzione del visitatore si focalizzi sui singoli a svantaggio del paesaggio. Noi vogliamo che le figure e lo sfondo condividano lo stesso grado d’attenzione. Inoltre i protagonisti delle nostre opere sono, proprio come i paesaggi che abitano, le icone di un tempo e di una condizione, e come tali rappresentano non l’individuo ma tutti noi”.
Un vuoto sospeso, informe e desolato pervade queste immagini, nelle quali gli unici elementi costantemente presenti sono le radio, i giradischi, le cuffie, gli impianti stereo, i giocattoli, le canzoni e i fumetti. Roberta Bruno spiega: “Questi oggetti sono la memoria, quella che permette ad ognuno di noi di affrontare i problemi del vivere contemporaneo” e aggiunge “i nostri personaggi non ce la farebbero a vivere in quei luoghi se non avessero quegli oggetti a fargli compagnia, a consentire loro di costruirsi un mondo parallelo e personale, fatto di storie e di presente”.
La musica e il cinema sono centrali in tutti i lavori di Botto&Bruno
La musica è, con evidenza d’intenti, protagonista nell’installazione che campeggia al centro della sala bellunese – Sogno sonico, 1996 – e lo è anche ne Gli stessi sogni del 1997. Dischi e cassette gettate su letti disfatti che mescolano: vita, memoria e musica. Entrambe queste installazioni testimoniano uno dei passaggi che hanno portato le prime opere in bianco e nero (1996-1997) ad assumere gradualmente i colori accesi delle più recenti gigantografie e wallpaper.
Il cinema rispetto alle opere di Botto & Bruno è metafora e modello esecutivo. Loro, come i registi cinematografici, montano le immagini e creano delle storie, lo fanno in fotografia, unendo molte e differenti immagini entro una medesima struttura, e nei video, rendendo i loro messaggi una breve ma intensa narrazione.
Botto&Bruno non amano descrivere le loro opere. Hanno detto: “In presenza delle opere non troviamo giusto spiegarle, questo creerebbe una sovrapposizione di linguaggi che non crediamo giusta. Preferiamo lasciar parlare le opere”.
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