Le possibilità percettive del nostro occhio sono molteplici. Possiamo consciamente decidere di fissare un oggetto, iper-scrutarlo isolandolo dal contesto, oppure appoggiare lo sguardo blandamente sulle cose, de-focalizzandole dalla posa ortodossalmente intesa, con calcolata disattenzione, lasciando che le cose vengano a noi. Il risultato finale non sarà lo stesso. La fotografia, forte dell’inconfutabile veridicità offerta dal suo agire meccanico, autorizza nuovi flussi di indagine verso il mondo, rivelazioni e sue possibili valorizzazioni.
Marina Ballo Charmet (Milano, 1952) fotografa e video-artista, espone presso la Jarach Gallery di Venezia i suoi sguardi distratti, ripercorrendo gli ultimi tredici anni di ricerche condotte nel campo della visione e dell’approccio sensoriale allo spazio circostante.
La frontalità dello sguardo umano, intesa come risultato ultimo di un processo biologico evolutivo, aprioristicamente relega in piano secondario il campo visuale laterale, senza tuttavia escluderlo. L’artista milanese parte da queste angolature, per illuminare il cono d’ombra periferico del soggetto, con incursioni introspettive, indotte dalla sua esperienza di psicologa -campo di studi dal quale proviene-, che non si limitano ad effetti di superficie o a virtuosismi prospettici. Una visione inconsueta, ottenuta per sottrazione d’immagine, che cambia le priorità visive e innesca nuovi codici di riconoscibilità. E identificazione. La parte per il tutto, il contorno dimenticato e lontano che ricontestualizza indirettamente il nostro centro visivo, alluso, mai espresso. I ritratti, uomini, donne, bambini, strutture architettoniche, interni domestici, sono soggetti delle identità negate, desumibili solo dalle caratteristiche fisionomiche o strutturali. Ingranditi fino all’eccesso, avvicinati dall’obiettivo con attenzione morelliana, nelle crepe di superficie, nel dettaglio anatomico o costruttivo, dalle forti campiture ora rose, ora grigie.
Il nuovo spazio veneziano, inaugurato il luglio scorso, bene si presta ad un allestimento dal sapore museale. La scelta delle opere esposte, a cura di Antonello Frongia, alterna scatti di grande formato a cinque brevi lavori video che si susseguono in loop, proiettati su due pareti giustapposte (Conversazione, Lettura, Dimmi, Passi leggeri, Disattenzioni, Stazione eretta). Immagini nitide, pittoriche, ora statiche ora cinetiche, comunque fortemente leggibili.
Con la cosa dell’occhio abbassa il punto di vista fino al manto della strada, ai marciapiedi, alle zolle erbose delle aiuole ingigantendo la superficie che calpestiamo, solitamente lontana dai nostri occhi. Con Primo campo l’artista riprende il punto di vista del neonato, lo sguardo fisso tra il petto ed il mento dei soggetti, la prima forma, immediata, di interazione col mondo.
Rumori di fondo è invece una narrazione silenziosa di uomini e cose, un susseguirsi armonico e ritmico di dettagli. Il mondo è un sotto-in-su oppure una caduta dall’alto; la perpendicolarità dell’inquadratura si perde in improvvise parabole ascendenti o discendenti, che schiacciano o allungano gli oggetti. L’apologia del contesto, di quella realtà indefinita e indefinibile che sfugge metaforicamente al nostro raggio visivo eppure esiste sempre un po’ più in là, dietro e di lato.
gaetano salerno
mostra visitata il 3 novembre 2006
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