Sei fotografie di una donna in caduta libera intervallate da grandi blocchi di sapone di Marsiglia. E’ questa l’installazione che fa da protagonista alla prima personale veneziana di Mauro Ghiglione (Genova, 1959). La mostra ha il controverso e ambiguo titolo di Fresh and Clean Fright che tradotto significa Paura fresca e pulita, mentre molto più diretto e chiaro è il concetto che vi sta alla base. L’installazione è, infatti, una metafora del doppio sentimento di terrore e colpa che i media trasmettono dopo il celeberrimo Nine Eleven, l’11 Settembre. Questo si è radicato e sviluppato fino a divenire un “Muto grido d’occidente”, espressione che in un primo tempo l’artista aveva scelto come titolo.
Nell’opera, incolore e con i particolari ridotti ai minimi termini, sono solo due gli elementi simbolici identificabili: l’inconfondibile profumo del sapone e uno stretto laccio intorno al collo della donna, unico accessorio sul suo corpo intuitivamente nudo. Il profumo ha la funzione di risvegliare i sensi e la coscienza in una società divenuta asettica e apatica; mentre il laccio viene immediatamente percepito come simbolo di schiavitù e repressione da parte della propria stessa paura. Con essa si convive in ogni momento, accettandola innaturalmente come una parte del proprio quotidiano, fino quasi a scordarne la presenza. E’ esattamente questa noncuranza che l’artista, già impegnato sul tema della memoria in alcune sue passate ricerche, tenda di evitare: “Non ho voluto rappresentare lo spavento, ma semplicemente ricordarne la presenza”, spiega.
Le foto che fanno parte dell’installazione sono, inoltre, dei moduli costantemente ripetuti nell’ultima produzione di Ghiglione. Nella galleria di Michela Rizzo ritroviamo altri due esempi della stessa serie. Il primo riproduce le foto singolarmente riposte in una sobria e sottile cornice di legno; il secondo costruisce con i sei scatti dei cubi metallici nei quali un lato è occupato dal volto terrorizzato della giovane modella. Per ogni supporto realizzato dall’artista, una diversa sfaccettatura della paura e un diverso messaggio. Lo vediamo, di volta in volta, come doppia faccia della coscienza, come sentimento naturale e vivo. O come pesante tassello incastrato nella personalità.
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carolina lio
mostra visitata il 3 febbraio 2005
[exibart]
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