Dall’opera di Lina Bo Bardi (Roma 1914 – San Paolo 1992) –protagonista della retrospettiva La libertà dell’architettura allestita in occasione della 9° Biennale di Architettura– emerge una sinergia trasversale ed etnica, prodromo di un ponderato sentimento no-global. La libertà evocata dal titolo, supportata da un intenso sentire sociale (“…agli intellettuali non piaceva, piaceva al popolo” dice lei, a proposito del progetto del Museo d’Arte di San Paolo) diviene liberalità espressiva e fulcro di una produzione sfaccettata (urbanista, designer, scenografa, costumista), sempre profondamente vincolata alla cultura, alle tradizioni e agli spazi nei quali si contestualizza come azione.
Del pensiero umanista della Bardi -che nell’architettura si estrinseca e si sviluppa- si ripercorrono qui le tappe più significative attraverso i molti disegni di studio (Casa de Vidro, Casa do Chame-Chame, Casa Valeria Piacentini Cirell), i progetti architettonici (MASP di San Paolo, rigorosa ricerca di semplicità formale; SESC, fabbrica in disuso recuperata come centro di aggregazione giovanile), le opere realizzate per l’occasione su indicazioni dell’artista (Grande Vaca Mecanica, “contenitore” zoomorfo di ex-voto e giocattoli manufatti), i prodotti di design “ecologico” (la serie delle sedie realizzate con materiali naturali tra le quali spicca, per francescana essenzialità, la Sedia da bordo di strada).
Nel 1946 Lina Bo Bardi segue in Brasile il marito, neodirettore del Museo d’Arte di San Paolo, e la simbiosi con il paese latino è da subito profonda, mentale. La mostra ne documenta la biunivocità; nessuna silenziosa teoria di plastici o tavole progettuali. L’ architettura è qui elemento propulsore di un pensiero, ma non monopolizza lo spazio; irradia pretesti dialettici e spunti di analisi sociale. L’ allestimento, nel colorato vitalismo di fondo (Bosco degli alberi maestri e Bestiario), nella creatività espressionista, a
Le sezioni in cui si articola la mostra riprendono i titoli di alcuni scritti dell’artista: da La mano del popolo brasiliano a Il bello e il diritto al brutto, da La casa come anima ai poetici Indistinti confini. Sono piccole riflessioni zen, di sapore un po’ retrò, ma non così anacronistiche se qualcuno -anche ai giorni nostri- continua ad anteporre l’etica all’estetica.
gaetano salerno
mostra visitata il 28 settembre 2004
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