La Galleria veneziana è tutta fiorita. Raffinate rose monocrome, nere e sensuali come fossero di seta o di velluto si alternano a squarci di prati o di foglie dai colori vividi, brillanti e preziosi come gioielli smaltati. L’autore, Naoto Nakagawa, ha l’arte nei suoi cromosomi. Suo nonno materno è stato un grande pittore di tradizione sumi, una pratica artistica millenaria che, attraverso la raffigurazione del paesaggio, mira a fermare il Chi, che è lo spirito della vita, l’essenza di ogni cosa.
Naoto nel 1962 decide di lasciare il Giappone per la Grande Mela dove tuttora vive. Mette nel suo bagaglio l’esperienza di Pollock, dell’Espressionismo astratto, di Warhol e torna alla pittura sumi per sentirsi interamente connesso con le sue radici. Il suo dipingere, abbeveratosi alle fonti del contemporaneo europeo e americano, è ricerca interiore, e la modernità è per l’artista uno sguardo nel futuro saldamente poggiante sulla tradizione. Lontano spiritualmente dalla smania del nuovo a tutti i costi, si concentra sulla natura, interdetto dall’attitudine degli occidentali che non sanno vedere nella pioggia o nella nebbia altro che fastidiosi accidenti. Oppone alla velocità e alla fretta la tecnica antica della pittura ad inchiostro nero su carta bianca che richiede attenzione, pazienza, concentrazione e un tempo che è quello di un’assorta, pacifica meditazione. La rosa è un soggetto che torna nel suo repertorio periodicamente, “it’s the most perfect flower” -dice- ammirando questo fiore, simbolo nell’occidente
Nakagawa, quando non usa la tecnica sumi, sceglie generalmente il grande formato per dar voce alla natura. In totale empatia. “Normalmente” spiega “il paesaggio è percepito come esterno allo spettatore, io, colgo dei dettagli e ingrandendoli voglio che chi guarda si senta completamente attirato all’interno, afferrato e trascinato dentro, senza via di fuga”. Ogni filo d’erba, madido di pigmento colorato, s’intreccia con altre entità fitomorfe, foglie, piante e fiori in una fitta ed esuberante trama in cui gli elementi che appena s’intravedono hanno la stessa pregnanza di quelli che occupano lo spazio in primo piano. E il rosso fulgido e primordiale che bagna le sue composizioni è tinto di furore. Contro lo sviluppo tecnologico moderno che continua follemente a produrre distruzione e morte.
myriam zerbi
[exibart]
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si sembrano tele del romanzo di kristoff