Una pittura intima, domestica, legata agli oggetti e agli interni d’abitazione, a scorci di una quotidianità vissuta. Il padrone di casa è uscito, ma ha lasciato un libro aperto e qualche indumento in disordine. Le luci accese, le porte accostate che permettono di sbirciare all’interno: ci si sente un po’ ladri e un po’ fantasmi a passare in rassegna le tele di Alejandra Seeber, perché in quelle moquette sgargianti, in quel gusto per l’arredamento che, in modo un po’ stridente, abbina design minimalista, tappezzeria casual e suppellettili rococò, c’è sì un’atmosfera di aristocrazia decaduta, ma anche un po’ di aria di casa nostra, quando l’originario proponimento di arredare in modo equilibrato ed organico viene disatteso, dall’intima necessità di circondarsi di ricordi,
Tutt’altro che ordinato, il paesaggio della Seeber è fatto di dettagli, di accumuli, di frammenti, di prospettive distorte, di tinte forti, fauve, che ricordano gli interni di Almodòvar.
Non vi sono dubbi che si tratti di pittura figurativa, eppure l’impianto geometrico, i tagli prospettici, le linee rette che squadrano i piani, associati ad un cromatismo sempre deciso e bidimensionale, suggeriscono una percezione sintetica ed aniconica, in cui scansione e ritmo delle campiture sono interfacce che descrivono non solo un luogo, ma anche l’indole dei suoi abitanti.
Assolutamente attuale, questa pittura, in cui capita perfino che l’oggetto sia indicato da una sagoma vuota, procede con una tecnica che assomiglia al collage, così che ogni elemento appare mobile, provvisorio, fortemente caratterizzato. Se un difetto va rilevato, nell’arte di Alejandra, è certamente nella tendenza all’esagerazione, all’eccesso. Le tele appese senza telaio possono essere suggestive, sorta di arazzi che
Il catalogo è appena sufficiente: la carta opaca del classico formato della galleria non rende giustizia a queste opere. Il testo della Bertola parte lanciato, promette faville, poi però si perde, vivacchia e si trascina stancamente fino alla fine.
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