Brillano, tutte in una stanza, le lettere del suo nome. Un omaggio prezioso a Mauro Manfredi, fondatore con Fernando Andolcetti del Centro Culturale Il Gabbiano di La Spezia, recentemente scomparso. Intelligenza leggera, Manfredi lavorava sull’interazione delle arti, con le lettere e le parole che poteva far rotolare come piccole balle di fieno sul foglio di carta scritta e con i suoni per i quali inventava strumenti fantasiosi e lievi.
Tredici lettere più uno spazio e un punto. Così quindici artisti che l’hanno conosciuto lo ricordano, con il segno che si fa parola e immagine, in un flusso dialogico che, come un filo d’Arianna, si avvolge, snoda e guida alla porta di accesso al mondo di Manfredi. Ciascun lavoro con la sua poetica è una voce che, insieme alle altre, forma un coro polifonico.
Il centro della stanza è lo spazio vuoto, il passaggio che separa e tiene insieme nome e cognome, lo stato di sospensione tra il silenzio e il suono.
L’opera-strumento di Nicola Cisternino intuisce il suono che sarebbe piaciuto a Manfredi. Così nella ciotola tibetana rituale dei mantra, con acqua all’interno, viene accolto e batte all’interno delle pareti concave, un sasso a forma di uovo, perfetta idealizzazione del “kairos”: la grazia dell’attimo giusto e del tempo debito, l’ideale congiunzione astrale per la riuscita dell’Opera alchemica. Attorno a questo suono tondo, circolare, primordiale, si snoda il nome con la M formata dal controllato gioco optical dei tubicini rosa di Costalonga, la A che appare sulle sezioni zigrinate verticali dai mille colori di Roberto Sgarbossa, la U di Luigi Viola che ruota e s’illumina sull’alluminio verificato. E poi la R di Anna Moro-Lin che tesse intorno ad una lettera speditale da Mauro Manfredi un tappeto da preghiera, la O di Sara Campesan che avvolge e accoglie frasi da Le parole tra noi leggere di Lalla Romano, testo sul quale stava lavorando “l’amico Mauro”.
Inizia il cognome la M che nasce dagli intrecci sottili e fitti di Guglielmo Costanzo, seguita dalla A che circonda le forcole della gondola, simbolo curvilineo tipico dell’opera di Luciano Rizzardi, mentre tre travi che si appoggiano l’una alle altre formano la N di Riziero Giunti. Si staglia poi netta, nera su campo bianco, la F di Renato De Santi, seguita dalla R rosso fuoco di Alfio Fiorentino che spicca sul fondo verde di 150 occhi, mentre 10 coppie di E speculari s’incastrano nel lavoro di Mirella Bentivoglio.
Frammenti di fili, piume, scritture, falci di luna rossi, viola e blu formano, su una griglia di fil di ferro, la poetica D di Alfonso Lentini, mentre, capolettera di un Introitus, canto d’apertura, la I di Mariapia Fanna Roncoroni principia uno spartito di un canto gregoriano con note quadrate o neumi a cui fanno da antifona i neri LUI, cancellati, messi in sordina per lasciar emergere un LUI “solo”. Il libro aperto da un segnalibro su un tramonto con il verso leopardiano “nostri beati sogni ora son giti…” è il “punto” concepito da Chiara Diamantini. Chi guarda da’ un senso, ogni volta con sfumature diverse, al tutto. Si procede e si torna sui propri passi per rimarcare accenti che si erano tralasciati, si partecipa al rito dell’offerta, facendo risuonare le lettere in sintonie capaci di abbracciare, una volta di più, Mauro Manfredi.
myriam zerbi
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