Le opere in cui Paolo Figar (Gorizia, 1968) esprime tutta la sua bravura sono quelle realizzate su legno. Senza dubbio. È il caso, ad esempio, di Parsifal, che rappresenta un sorpreso astronauta dai tratti orientali; o della figura femminile di Artemisia (rispettivamente in legno policromo e al naturale) in cui l’artista goriziano mostra di sentire sua la materia, condividendone l’intima plasticità e il calore naturale. Anche perché il legno sembra da un lato assorbire e dall’altro esprimere con vigore lo slittamento verso una rappresentazione figurativa non propriamente realistica, che lascia spazio a diverse interpretazioni: dall’inquietudine al moderato umorismo. Nei busti Lo stupore di Erika, la Regina danubiana (che hanno in sé molti elementi che ricordano Giuliano Vangi, per le forme allungate, per la plasticità sinuosa, per l’attenzione rivolta ai denti, spiccatamente in vista) come nei policromi Incerto e The beach, la figurazione è solo un modo per raccontare un’umanità differente, quasi ipodotata. Come sottolineato nel catalogo da Giancarlo Pauletto -che parla di idioti, nel senso di Doestojeskij- è un’umanità straniata e in marcato dissidio con una realtà fatta di proporzioni corrette, equilibri formali, stregata dalla ricerca
Ma i protagonisti delle sculture non sono solo uomini comuni. In un approccio al legno che potremmo definire totemico per l’uso di cippi che parlano ancora del mondo naturale che li ha prodotti, ecco far mostra di sé una spaesata Europa dalle ampie corna (con degli inserti metallici che ricordano vagamente l’intimo fetish) ed un Uomo Lupo che richiama alla mente l’arte africana. L’interazione uomo-animale diventa poi lirica e trasognata nel marinaio senza braccia a dimensione naturale di Baltico, in cui un oca dal becco arancio esce dal petto; e in Pesce crudo, dove un pesce è giace sullo sterno di una donna, avvolto dalla giacca blu.
Le opere pittoriche e grafiche, una delle quali cita Bacon nella ricostruzione prospettica dietro il soggetto, sembrano invece mancare di forza e sembrano essere più che altro propedeutiche alla scultura. Molto interessanti invece le terrecotte di piccole dimensioni che rappresentano lottatori di sumo, corpulenti ma eleganti e ancora ricchi di possibili sviluppi futuri. E si intuisce, forse, il bisogno di un gallerista che ne coltivi il talento.
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