Quella allestita nei locali di Palazzo da Ponte è una
mostra “coltivata” nel tempo; un tempo tutto veneziano: lungo, lento, fatto di
pause e di “indugi”. Una mostra frutto di un progetto maturato negli anni e che
ha visto coinvolte Caterina Tognon, la curatrice Chiara Bertola e le due
artiste, Bruna Esposito e Maria Morganti, entrambe assidue frequentatrici di
Venezia.
Due artiste diverse per estrazione e per intenti – è
pertanto assai curioso venire a sapere che, ai tempi dell’Accademia, hanno
avuto la stessa insegnante di pittura – che, grazie all’incontro con la
gallerista da sempre vicina al “mondo trasparente”, sono state condotte in
fornace e iniziate alla millenaria arte vetraria. I risultati prodotti sono
sorprendenti, nonché diametralmente opposti.
Maria Morganti (Milano, 1965; vive a Venezia),
la cui arte s’inscrive nella scia del nobilissimo monocromo, sia pure
personalmente re-interpretato, ama esperire la persistenza dell’opera
attraverso l’espressione dei colori modulati, a partire dal rosso, a strati
spessi. Un metodo rigoroso, che nulla concede ai “colpi di genio”, ma che
rivela – visibile ai margini del quadro – la traccia storica del processo
artistico.
Se la storia è nei suoi quadri, la cronaca è riscontrabile
invece nei “diari”, semplici fogli di carta su cui l’artista “scrive” col
pennello le emozioni provate durante la giornata. In mostra sono esposti in
ordine cronologico, intervallati da alcuni “fogli di mosaico” in vetro, che
Morganti ha scelto per l’assonanza processuale e coloristica con gli stessi
diari.
Bruna Esposito (Roma, 1960), per converso, è un’artista dotata di una
creatività propulsiva, mai paga. Coglie l’occasione della visita in fornace per
dar vita a originalissime e sinuose sculture a mo’ di calice, fatte di leggero
vetro trasparente, ma “vestite” con pesanti eliche in ferro arrugginito,
provenienti da vecchie imbarcazioni. Un richiamo all’acqua (le eliche) e al
fuoco (il vetro) che evoca le contraddizioni di cui Venezia è protagonista.
L’installazione è completata dal ticchettio provocato
dalle bacchette in vetro, calanti da soffitto e azionate da alcuni ventilatori,
esibite “a bella posta” a complemento dell’opera.
Indugi è senza dubbio una mostra interessante, anche per i
rinvii, ora impliciti ora espliciti, al concetto di “venezianità”, inteso sia
nel suo caratteristico fare artistico (il vetro) che nella sua tipica
complessità di città anfibia. Una mostra che si potrebbe osare definire
“bella”, non per riduzione, ma per la felice risultanza estetica che le
artiste, questa volta all’unisono, hanno voluto e saputo realizzare.