Lo scultore rumeno Constantin Brancusi (Hobitza 1876 – Parigi 1957) cresce artisticamente alla Scuola di Belle Arti di Bucarest, ma è Parigi, dove risiede dal 1905, la città dove getta le basi della propria ricerca poetica. Dopo l’iniziale approccio con la scultura di Maillol, divengono provvidenziali l’incontro con Rodin (marzo e aprile del 1907) e l’amicizia con Modigliani, Duchamp e il musicista Satie. Brancusi elabora un linguaggio indipendente nel panorama del Novecento europeo, rifiutando l’accademismo di una scultura analitica ed imitativa della natura, alla ricerca di atti creativi autonomi, di forme primarie e sacrali, totem ieratici (forti richiami all’arte tribale commista alle tradizioni rurali della Romania) da vivere nella meditazione contemplativa. Nella produzione scultorea –indubbiamente la più conosciuta– come in quella fotografica che, nonostante rappresenti per quantità e qualità (oltre 1850 negativi e stampe originali) un capitolo autonomo nella vita dell’artista, è stata spesso intesa come semplice corollario. La mostra veneziana (in collaborazione con il Musée d’Art Moderne di Parigi al quale, per volere testamentario, Brancusi destinò il suo atelier e tutte le opere in esso contenute) punta i riflettori -per la prima volta in Italia- sul Brancusi fotografo e sulla complementarietà con l’alter ego scultore.
Ottantanove stampe alla gelatina d’argento, di piccolo e medio formato, sembrano restituire lo sguardo dello scultore di fronte alla propria arte, come documentazione visiva degli spazi nei quali avviene la creazione e come auto-catalogazione di una vastissima e originale produzione.
I processi di stampa restituiscono all’artista le stesse potenzialità offerte dal materiale lapideo e bronzeo: la riproducibilità illimitata e seriale del soggetto (i topoi che ricorrono puntuali nell’opera di Brancusi, come la Maiastra, le teste umane, la Colonna Infinita, l’uccello), la sperimentazione (inversione e sovrapposizione di negativi, solarizzazioni, stampe in controparte), ma soprattutto la possibilità di levigare ulteriormente le superfici, sfruttando la luce, alla ricerca di quell’ essenza “…più reale della forma esteriore stessa”. L’immutabilità dello scatto si somma a quella dell’oggetto scolpito, disegnando le linee in nuovi approcci chiroscurali e prospettici, inattesi riflessi (l’immagine convessa dell’autore che si specchia nel bronzo de La negra bionda), come estremo momento di analisi d’insieme. La resa bidimensionale non sminuisce la concretezza di una statuaria che è, per definizione, tridimensionale; pondera invece -e moltiplica- i punti di fuga attraverso i quali ri-costruire e ri-considerare l’opera. ll ton-sur-ton bianco/nero della pellicola e dei monocromi scultorei è, a sua volta, esercizio di essenzialità minimalista. Prima di giungere alla proiezione del video dadaista, epilogo della mostra, si attraversa la sala in cui si fronteggiano i bronzi de L’uccello nello spazio e della Maiastra (1932 e 1912, dalla collezione permanente del museo) che, insieme ai tre gessi esposti lungo il percorso (La Musa addormentata, La Baronessa, Torso di giovane uomo), ci ricordano silenziosi come solo sottraendo sia possibile pervenire al significato.
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