L’abbiamo già visto in Italia, tra l’altro proprio a Venezia. Era la Biennale del 2001 e lui esponeva l’ormai nota installazione Abacus. Qui, una serie di figure umane inginocchiate e ricoperte di nero si muovevano ritmicamente con delle orazioni di diversi credi e religioni. Le preghiere erano confuse le une con le altre e non si riusciva a distinguerle, a scioglierle, a trovarvi delle diversità o anche solo un cenno di identificazione.
Oggi, ancora a Venezia, ma stavolta in una galleria privata, Sergey Shutov (Postdam, 1955) è protagonista di una personale. La galleria è quella di Michela Rizzo e la mostra è un insieme di quattro progetti in cui ritroviamo la sua riflessione chiara, diretta ed efficace sui valori religiosi e sociali, sulla modernità, sulla politica e sull’arte.
La parte su strada della galleria contiene l’installazione Association of Karma Modifications: cinque kalashnikow sono appesi al muro e puntano verso il visitatore da quando oltrepassa la porta. Nel mirino di ogni arma sono presenti altrettanti simboli religiosi, dalla stella di David alla croce cristiana. Il significato –chiarissimo- sta nel fatto che spesso religioni e ideologie sono prese come pretesti, scuse e punti di appoggio per iniziare attività di guerra e creare tensioni. La motivazione reale di tutti gli scontri è un’altra: la ricerca di potere. Ed è appunto il potere che sta al centro della serie di dipinti Sky…Sky: aerei formati da brillantini su uno sfondo geometrico colorato come i manifesti politici di regime. Gli aerei diventano una metafora di potenza e solidità, vigore e forza, in un simbolismo abbastanza immediato.
Il gioco di Shutov non si ferma qui. Nel ciclo Russian Pop Art, esegue quattro ritratti di altrettanti uomini-simbolo: Lennon per la musica, Warhol per l’arte, Leary per la letteratura e Gagarin per il progresso della scienza. Il tutto prende lontana ispirazione dalla prima mostra di Warhol a Mosca, tenutasi solo nel 2005. Lo stile è un pop dallo stile pubblicitario e sgargiante, dove il viso del personaggio esce fuori da un enorme fiore perso in uno sfondo monocromo.
Dopo aver così imitato l’arte americana, portandola verso una dimensione russa, nell’ultima serie in mostra, Books project, reinventa quella che è stata la fortunata corrente del suprematismo. Si tratta di una ricostruzione di forme geometriche tramite libri incollati tra loro. Il gesto è quasi violento se si pensa che il libro viene visto solo come oggetto, e quindi imbavagliato, inapribile, costretto nel suo solo ruolo di forma, ignorandone e quasi censurandone i contenuti. E anche questa volta si parla di simboli: il libro come l’arte ridotto a pura geometria e la censura delle parole che ancora richiama alla politica del regime.
carolina lio
mostra visitata il 28 marzo 2006
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Il mio lavoro negli ultimi anni ha seguito il tema degli sconfitti. Dare luce a chi è sempre stato nell’ombra.