Jan Fabre (Anversa, 1958) è presente a Venezia in duplice veste. Come partecipante alla collettiva Artempo, allestita nel mirabolante Palazzo Fortuny e soprattutto con la personale organizzata dalla Gamec, dove un paio d’anni fa s’era visto nella corposa rassegna War is over e nel 2003 con un’esposizione a solo dal titolo Gaude succurrere vitae.
Nel settecentesco palazzo Benzon, le cui sale hanno ospitato fra gli altri Byron e Foscolo, tutto ha inizio nel cortile. Introduzione affidata alla title track della mostra, Antropologia di un Pianeta (Modello di pensiero marmoreo, Studio I). Un cervello in marmo bianco poggiato su uno zoccolo; un cervello sul quale s’incunea una vanga impugnata da un uomo. Dallo spazio aperto a quello coperto, ma ancor prima di salire a palazzo, lo sciabordìo dei natanti sul Canal Grande si confonde con quello -potenziale- dell’acqua contenuta in vasche da bagno d’antan in bronzo lucidato. Allineate, dorate, vuote; non fosse che per una, dove un altro uomo, colui che “scrive sull’acqua” (2006), è immerso fino alla vita, vestito di tutto punto.
È il punto di svolta, la cheville della mostra. Viatico o intimazione? Procedere al piano superiore o ritenersi soddisfatti? La curiosità s’accompagna all’ansia, qualora si opti per la prima scelta. Privo di indicazioni way finding, il visitatore dovrà prendere alcune altre decisioni, in uno spazio che crederà di poter agevolmente gestire. Per quanto riluca la fiaccola di libertà che ci s’immagina di tenere salda nel palmo della mano, Fabre ha approntato climax ascendenti di notevoli inclinazioni, pronte a svellere ogni grado di sicumera.
Prima di schiantarsi sulla cima, sfilano opere più o meno recenti, e nel contempo occorre iniziare a farsi perdere da un altro elemento. Se il collo del cigno che si tende stremato dall’involucro sferico (Il problema, 2001), nella più classica cifra entomologica fabriana, attira buona parte dell’attenzione; se medesimo magnetismo sprigiona la parata di teste di “gufo” (Messaggeri della morte decapitati, 2006); se la ribalta è occupata quasi militarmente dall’urlo soffocato del Fabre più noto; oltre la luce zenitale, sulle pareti, quasi oscurati alla vista da decorazioni e tappezzerie, sono affissi innumerevoli disegni realizzati in questo terzo millennio. Segni silenti, basilari nell’economia della mostra. Silenti nel senso attivo del verbo silere. Disegni che fanno silenzio, finanche azzittiscono le esclamazioni di chi resta turbato dalla poetica macabra, sublime del fiammingo.
Ancora pietre di paragone nel salone centrale, per un’opera letteralmente monumentale: Sputo sulla mia tomba si compone d’un autoritratto scultoreo, pericolosamente proteso fra lapidi debitamente incise. Si dirà che non convincono appieno un paio d’opere: l’una concertata da una coppia di lattee figure attraversate e ferite da vetro e lame (Sculture delle lacrime II (Ivana e A
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un grande. semplicemente un grande