Con Wladimiro Tulli se ne va un pezzo di storia dell’arte italiana che, partendo dall’ultimissimo futurismo, abbraccia buona parte delle espressioni d’avanguardia degli ultimi sessant’anni. Nato nel 1922 a Macerata, città nella quale risiederà per tutta la vita, aderisce giovanissimo al gruppo futurista locale U. Boccioni,, diretto da Bruno Tano. Suoi compagni d’avventura sono Umberto Peschi, Elio Piccioni, Mario Coltorti. Sono gli anni in cui a Macerata è attivo il FuturCine, cinema sperimentale futurista, e Filippo Tommaso Marinetti viene accolto con tavolate imbandite di pane e salame.
Il titolo della mostra veronese, Lirismi alchemici, istintivamente potrebbe ricordare i Chimismi lirici contenuti in BÏF§ZF+18, celeberrimo libretto dell’Ardengo Soffici in
La sperimentazione astratta che Tulli conduce a partire dal dopoguerra non è insensibile alle suggestioni internazionali: dall’informale americano al surrealismo di Mirò, senza dimenticare le lezioni italiane di Licini e di Burri, dei quali fu amico. Forse proprio all’influenza di Burri sono riconducibili i “materassi”, ovvero tele in cui sono cuciti e incollati drappi righettati di vecchi materassi. Accanto all’impasto pittorico il polimaterismo di Tulli prevede la presenza sulla tela di sottili lastre di sughero, zolfo, tovagliette prodotte industrialmente e rattoppate, bottoni, schegge di legno e tronchi, carta da musica, filo da cucire e da ricamo penzolante o incollato a caso sul piano. Il tutto è mischiato a colori, acrilici o a
Altre opere, come Zolfo materasso del 2000, trasmettono un’aria “cosmica” che trova come matrice più immediata l’aeropittura astrattizzante di Prampolini, artista molto amato da Tulli nella giovinezza. Ancora un sottile rimando al Futurismo?
Una sala è dedicata a schizzi e collage di dimensioni ridotte sul motivo dell’aereo, mentre una seconda ospita dei bassorilievi di aeroscultura, che precedono dieci opere in bronzo colorato di elevata qualità artigianale. L’aerofuturismo di Tulli risulta lontano dal dettaglio meccanico, dalla prospettiva spericolata o guerresca che caratterizzerà l’opera di molti colleghi e rimane più vicino alla corposità della materia o all’economia compositiva.
La mostra si chiude con la sezione denominata “Aerofuturismo_Il volo “, e raccoglie i lavori che vanno dal 1938 al ’44, anno della morte di Marinetti e “fine” ufficiale del movimento. L’aerofuturismo trasformò l’Italia in un immenso distretto artistico d’avanguardia, dove ogni “prodotto” era contraddistinto da un “logo” (o forse “marchio di qualità”) – l’aereo – che ne certificava provenienza culturale e intenti spazzando via concetti la classica contrapposizione tra centralità e periferia.
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marco mancin
mostra visitata l’8 marzo 2003
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