Pittura rigogliosa, esuberante ed una dichiarazione programmatica: “Non m’interessa fare bella pittura. Quello che voglio è fare una pittura difficile da masticare”. Questi sono gli ingredienti della mostra di Karin Davie, canadese nata a Toronto, classe 1965 che oggi vive e lavora a New York.
Chi si aspetta i dipinti formato XXL -quelli che hanno reso nota l’artista negli USA, con tanto di cover di Art in America– troverà invece dipinti medi e piccoli disposti uno accanto all’altro, come tappe di un percorso di meditazione, ugualmente emozionante.
Grandi nastri grondanti di tinte lucide si muovono sulla tela, creando onde luminose, volumetriche –una sensazione quasi tattile- che premono sui confini, agitano la superficie del dipinto, finendo per muovere anche l’ambiente circostante. Ridondanti e invasive catturano lo sguardo e avvolgono chi guarda, che si ritrova –giocoforza- proiettato “dentro”, avviluppato nei gorghi cromatici, sballottato sulla superficie brillante e risucchiato nelle pieghe, dritto in mezzo alla propria esperienza di vita. I viluppi rossi, gialli, celesti, rosa, arancioni, striati di luce si gonfiano fino a dare l’illusione della terza dimensione, poi si stingono e sfrangiano in un moto continuo e compulsivo. Neo Op? Espressionista Astratta? Jackson Pollock o Vasarely nel suo bagaglio culturale? Lei sorridendo sostiene di considerarsi “a closet espressionist”, una espressionista che vuole mantenere segreta una parte del suo essere. Rivelare e nascondere è il leit motiv della sua poetica, da quando le sue bande colorate fasciavano corpi, seni e sederi, lasciando spiragli di visioni. “Ho poi voluto destrutturare le immagini” dice “srotolare tutto e lanciare nuovamente le mie strisce sulla tela e raccontare nuove cose”.
Alla fine degli anni ’80 -quando Karin Davie ha iniziato a dipingere- la pittura a New York era considerata quasi un genere in disuso. L’artista non vuole ricreare immagini, ma attraverso le sue bande di colore sinuose, morbide, organiche suggerisce percorsi, modulazioni emotive, sfiora significati e immerge tutto in un vortice in perenne movimento e trasformazione. Alle suggestioni dei maestri astratti unisce quelle della coreografia e della danza:così i suoi dipinti nascono senza un definito progetto iniziale e si realizzano come un tracciato di danza in cui tutto il corpo dell’artefice è coinvolto. Dipinge per serie, con variazioni sul tema: la superficie delle sue opere diviene una sorta di campo d’azione dove movimento del segno e processi mentali si mescolano in un moto vorticoso. E dove ragione e poesia sembrano fondersi.
myriam zerbi
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bella osservazione. Premesso che non è vero perché le recensioni su Venezia non sono mai mancate, fatti mandare l'elenco delle mostre di questa galleria, scorriti gli elenchi delle biennali del Whitney, dei Turner Prize, delle collezioni della Tate e del MoMa, dei recenti risultati delle aste e poi ne riparliamo.
ma fra tutte le cose strafighe che succedono in quelle zone, state dietro solamente a sta galleria. mah....