Maureen Gallace dipinge da quando aveva dodici anni. Oggi vive a New York e porta in giro per il mondo -da Londra a Los Angeles, dalla Germania a Tokyo e ora a Venezia- la sua pittura fatta di piccoli paesaggi dell’anima, pervasi d’immobilità e di silenzio, coperti di neve o immersi nel verde, costruiti con rari elementi. Qualche albero e la casa, spesso senza porte o finestre, a fare da mediazione tra cielo e terra. Pochi anche i colori, modulazioni di azzurri, bianchi, verdi, grigi, tonalità pastello, in una pittura che filtra nel ricordo paesaggi dell’infanzia: “all of my home town” dice l’artista.
La visione depura la veduta degli accidenti mutevoli per giungere all’essenza, sia questa sentita, ricordata, sognata o desiderata, lasciando spazi vuoti che chi guarda può colmare: “la gente” afferma la Gallace “può proiettare molto di sé e il vuoto può accogliere tante storie”.
Tutto è misurato e equilibrato alla Galleria Il Capricono, i dipinti appesi alle pareti modulano variazioni su un unico tema, il cottage del New England divenuto per la Gallace quello che la Montagna Sancte Victoire è stato per Cézanne o le bottiglie per Morandi. In un allestimento rarefatto e raffinato, in cui le pause hanno lo stesso peso dei pieni e esaltano la musicalità dell’insieme, i piccoli luminosissimi quadri, montati su pannelli di masonite, creano sul muro bianco ombre dense, in un contrasto affascinante di chiari e scuri.
Il motivo ricorrente, la casa, è visto nella sua superficie e percepito nella sua profondità e si pone come elemento di raccordo e fulcro della composizione. “Simbolo universale”, come lo definisce l’artista, diviene soggetto di una sua personale mitologia mediata da quella della regione statunitense di boschi e luoghi solitari, “home town” che ha dato i natali alla pittrice.
I paesaggi di Maureen Gallace, privi di presenze umane, sono illuminati da cubi di luce che non lasciano trapelare nulla che suggerisca un interno, una dimora abitata. Si tratta di costruzioni geometriche simboliche stanno come presenze piene di accattivante ambiguità, rassicuranti e familiari nella forma -tetto spiovente e parallelepipedo di base- conosciuta sin dai disegni dell’infanzia, mentre, con la loro apparente quiete e pace “domenicale”, scavano profondamente in chi guarda e lo attraggono nel loro vuoto. Solidamente costruiti, con sottile senso cromatico, i dipinti della Gallace dimostrano come profondità e struttura possano convivere e armonizzarsi con delicatezza e eleganza. Lo spazio sembra respirare e comunica un sentimento panico di calma ed equilibrio e insieme di abbacinante mistero.
Maureen Gallace nel suo primo “amazing” soggiorno veneziano, ha fatto in giro per la città lagunare molti disegni e, magari in futuro, saranno brani della Serenissima nei suoi quadri ad affascinare il pubblico. “Anything is possible” conclude serafica.
myriam zerbi
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