“Le vene e i polsi”, titolo di questa mostra, richiama il primo canto dell’Inferno dantesco. Nel punto in cui Dante si rivolge a Virgilio, sua guida e maestro, impaurito dalla vista del primo dei tre animali che gli sbarrano la strada, la lupa: simbolo di ingordigia, desideri insaziabili e sfrenate passioni. In un immaginario più moderno, vene e polsi richiamano l’idea del sangue -in estremo il suicidio- e di un’emotività forte, irrimediabile, tormentata, che ha perso il suo punto di equilibrio.
La mostra è la ricostruzione di questo sentimento disforico e totalitario, che si impadronisce dell’artista, Davide Baroggi (Cannobio, 1974), in un iter ricostruibile all’interno dei due spazi della Galleria Rizzo. Si tratta di un percorso allestito non secondo un ordine cronologico, ma per gradi di intensità. La galleria su strada presenta, infatti, quattro lavori della carica emotiva più matura e vigorosa, mentre in appartamento –per chi vuole approfondire– è possibile seguire le tracce che raccontano le varie tappe dei suoi ultimi anni di ricerca, tra soggetti diversi, stili diversi, e un unico percorso patemico sempre più accentuato.
Il culmine viene raggiunto nell’opera che sembra guardare dritto negli occhi i visitatori della galleria, dal centro dell’ambiente. È un autoritratto di Baroggi che si traspone con dei tratti decisamente più stanchi di quelli che è possibile immaginare sul volto di un uomo di trent’anni. La pelle è grigia e pesante. Sarebbe quasi un disco uniforme se non vi fossero marcati sopra due occhi sbarrati, sproporzionatamente grandi, allo stesso tempo schivi e violenti, intagliati in un’ovale cupo di occhiaie, troppo estese e scure per essere reali.
È superfluo notare come il dipinto rappresenti una metafora dell’interiorità. Così come è una metafora l’immagine utilizzata anche nell’invito della mostra, “L’illusione perduta”, dove una coppia di amanti è stretta in un –forse ultimo– abbraccio, e si scambia un bacio che commuove e addolora tanto l’uomo da fargli piangere lacrime di sangue.
Meno espliciti sono i lavori presenti nell’appartamento, per lo più paesaggi e nudi, i primi di gran lunga i più interessanti. Più che veri e propri paesaggi, sono pennellate frettolose che rappresentano in modo minimale degli elementi architettonici sfocati, persi in un vuoto monocromo molto scuro, quando non proprio nero. Una visione quasi spettrale, sicuramente non reale ma intimista, in un vuoto dove il buio non è solo assenza di luce, ma di speranza.
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