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Fino al 3.II.2001 | Passalacqua e Seliger: così lontano, così vicino | Verona, Galleria Studio la Città

di - 9 Dicembre 2000

L’italiano, nato a Terni nel 1950, propone una serie di opere nelle quali realizza ad olio, con le sfumature del verde, un unico modulo figurativo: una sorta di fitta foresta è inquadrata (quasi la tela fosse una telecamera) da altezze differenti e varie larghezze di campo. E’ una vista a volo d’uccello su una superficie omogenea, che però tende a sfuggire ad ogni interpretazione prospettica, tende a collocarsi fuori della dimensione spazio temporale. Ripensando ad una delle fondamentali leggi dell’ottica di Leonardo, secondo la quale se la distanza tra l’occhio e il quadro resta costante la dimensione apparente dell’oggetto sul quadro risulta inversamente proporzionale alla sua distanza dall’occhio, Passalacqua sembra sbalestrare tale concezione, ove nelle tele più piccole (illusoriamente più distanti) mostra i particolari più ingranditi rispetto a quelli delle tele grandi (illusoriamente più vicine). Ma pure le questioni legate alla prospettiva lineare vengono messe in discussione, poiché manca, di fatto, il punto ideale di fuga di false linee prospettiche che invece corrono sempre parallelamente.

E quando lo spettatore prova a convincersi di trovarsi in posizione perpendicolare al piano della superficie rappresentata, immediatamente risulta smentito dall’inclinazione delle pennellate (da sinistra in basso a destra in alto). Tutto ciò sta solo a suggerire alcune direzioni per un’analisi critica della ricerca prospettica di Passalacqua la cui opera senza dubbio si colloca nel campo concettuale.
Di fondo resta l’ambiguità suggerita dai suoi lavori, di fondo resta lo spaesamento dell’osservatore, che finisce per lasciarsi irretire in una sorta di danza che lo porta ora ad avvicinarsi ed ora ad allontanarsi dalle tele, alla vana ricerca di una esauriente e corretta visibilità. Così accade che l’occhio umano è indotto a trovare un senso (nel senso di direzione spaziale), diremmo un ordine, alle opere di Passalacqua solo nelle sfumature cromatiche, anzi nel ritmo delle sfumature, che creano una sorte di onda o brezza di vento che spazza le chiome al nostro passaggio visivo. La suggestione è ovvia: mancando riferimenti terrestri non rimane che la sensazione del galleggiamento nel vuoto, del volo, appunto.
Da ultimo di Passalacqua diremo che la sua opera intriga più che appassionare da un punto di vista meramente estetico, nell’accezione classica del bello, e questo, almeno nell’idea dello scrivente, è un limite.
Jonathan Seliger, classe 1955, è nato a New York, dove vive e lavora. Su basamenti bianchi in forma di parallelepipedo o appesi al muro colloca oggetti familiari, elevandoli al rango di sculture dipinte. Sono infatti borse, astucci, scatole del latte, sacchetti dipinti, in cui ruolo fondamentale ha l’uso dei materiali (carta, pelle, plastiche, fibre sintetiche) e dei soggetti rappresentati (colori, slogan, scritte, marchi, griffe, ecc). Apparentemente una banale riproposizione dei canoni Pop, neppure manieristica (con buona pace di A.B.O.), la sorpresa viene dalla pratica, dal procedere artistico dell’artista, perché Seliger lavora con ago, filo, forbici, colori per giungere a questo rifacimento artigianale dell’oggetto industriale. Non dunque la sua rappresentazione, bensì la sua ri-creazione. E allora si scoprono, aguzzando la vista, le sottilissime imperfezioni, le sbavature, le quasi impercettibili esitazioni della mano dell’artista. E allora ecco la borsa in forma di bandiera americana, quella griffata di Prada, il sacchetto da fast-food, e via dicendo, divenute oggi opere uniche.

L’autoreferenzialità è dunque fuori discussione, sotto questa nuova luce, ed invece si propone prepotentemente il gesto artistico in senso classico, il gesto che punta all’imitazione esasperata della realtà; si potrebbe addirittura dire, nel nostro caso, che siamo di fronte all’imitazione della finzione, o della realtà artefatta, della società massificata. Ma l’imitazione diviene unica vera vita quando il gesto pittorico svela la personalità dell’artista. Ai falsi idoli Seliger oppone il vero Dio dell’arte, negando la decadenza delle tecniche tradizionali di pittura e scultura e anzi ponendo tali discipline come uniche in grado di smitizzare le icone del nostro tempo, e porre al loro posto un’unica cosa: l’uomo, la sua creatività e la sua manualità.
A questo punto appaiono quasi elementari i punti di contatto tra le opere dei due artisti, dunque mi limiterò ad enunciare una sorta di conclusione ipotetica, che è anche una guida ad un possibile approccio alla mostra presente: l’osservatore ritrovi la propria dimensione, la propria abilità e manualità nell’opera di Seliger, che avrà nuove ali per volare libero nei cieli di Passalacqua.
Per gli amanti delle strategie e sinergie tra gallerie segnalo che dal 23.XI.2000 al 27.01.2001, in collaborazione con Studio la Città, la nota galleria milanese di Claudia Gian Ferrari propone anch’essa una personale di Seliger: si auspicano commenti in calce in merito.


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La mostra precedente di Studio la Città



Alfredo Sigolo



“Franco Passalacqua Jonathan Seliger”. Mostra n° 210. Verona, galleria Studio la Città, via Dietro Filippini 2. Dal 25/XI/2000 al 03/02/2001. Orari: 9.00-13.00 e 15.00-19.30. Informazioni: tel. 045/597549; fax 045/597028; e-mail: lacitta@sis.it; web: www.artnet.com/citta.html . Chiuso domenica e lunedì. In galleria il piego di presentazione a cura di Mario Bretoni(gratuito); cataloghi di Mario Bretoni e Terry Myers.


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