Dico subito una cosa che mi sta particolarmente a cuore. Negli ultimi anni si è spesso criticata l’arte orientale per indulgere troppo ai canoni del gusto imposti dal mondo occidentale e, in particolare, dai paesi che detengono il potere di mercato nel campo dell’arte contemporanea.
La tendenza a fare di tutte le erbe un fascio ha finito poi per rendere diffusa l’opinione che tutta la recente scuola orientale sia in realtà aggiustata per il mercato. Mi sembra tutt’altro che escluso il fatto che sia il mondo occidentale ad importare solo opere ed artisti che giudichi più affini al proprio gusto trascurandone altri. In questo senso mi piace citare il caso più eclatante coinvolto nella diatriba nata sull’argomento.
Una pratica paziente, gesti reiterati a costruire grandi oggetti la cui monumentalità si offre ad una duplice visione, quella minimalista dell’insieme e quella estremamente complessa ed articolata di ogni singolo modulo che lo compongono, lo studio maniacale degli spazi in cui equilibrio prospettico, armonia cromatica e bilanciamento delle forme si corrispondono perfettamente; infine l’impiego di materiali delicatissimi come la carta kozo e i fili di nylon o seta: sono queste caratteristiche evidenti che rimandano alle pratiche e alle filosofie orientali, unite alla sensazione sempre tangibile di trovarsi, al cospetto delle opere di Hashimoto, di fronte ad un organismo vitale e pulsante, suscettibile di ogni mutamento climatico e delicatissimo come un giardino zen.
Le opere progettate da Jacob si incastrano naturalmente negli spazi per i quali sono studiate: e sono rosse cascate di piccoli aquiloni, o un giardino pensile coloratissimo, un mare morbidissimo e silenzioso, una candida nuvola. Migliaia di fili sostengono ciascuno una piccola forma ripetuta all’infinito fino a comporre l’opera completa: le opere di Hashimoto, per solito senza titolo, nell’esposizione veronese sembrano trovare nuove opportunità di sviluppo. Rogue River è un’installazione inedita, formata da strani contenitori plastici in politene, sagomati e riempiti a mezzo con blu di metilene. Sembrano dei grandi molari che, accostati l’uno all’altro suggeriscono una soffice alternanza ritmica di valli e pendii, un paesaggio plastico di estrema armonia ed elettriche sfumature azzurrine. Che dire di più? Che il catalogo contiene un buon saggio di Angela Vettese ed è corredato di ottime foto. Infine che se è la bellezza e l’armonia che andate cercando nell’arte questa è la mostra per voi: ne uscirete rigenerati. Probabilmente tra qualche giorno i soliti medici americani proveranno che la visione delle opere di Hashimoto è un’ottima terapia contro lo stress e per ritrovare la pace interiore.
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