Si potrebbero fare una storia e una controstoria della fotografia moderna basandosi esclusivamente sull’uso del colore e del bianco e nero. Tecniche, ma soprattutto approcci, che costituiscono geografie emotive differenti, anche se non necessariamente agli antipodi. È chiaro da subito da che parte stia Franco Fontana (Modena, 1933), sin dai suoi esordi. Non c’è spazio per il segno che non sia portatore di un elemento cromatico, né per piani o prospettive che si ammorbidiscano fino a perdersi. C’è al contrario la geometria composta e asciutta, il rigore della sintesi, il tutto a fuoco. Come nelle serie dei Paesaggi urbani, realizzata a partire dagli anni Settanta, da cui traspare un’aura metafisica sottolineata da tinte piatte e contrasti cromatici portati al limite. L’impressione è quella, perfino spiazzante, di pezzi di quinte di teatro fotografate sotto luce abbacinante; la realtà invece è quella del fotografo che (ri)trova in giro per il mondo –come egli stesso ha sottolineato durante la presentazione– i ritagli dei mille paesaggi ideali che porta dentro di sé.
In mostra ci sono anche i Paesaggi naturali caratterizzati da elementi centrali (alberi soprattutto, ma anche nuvole) che si stagliano su colline, prati e cieli dai colori vivi, stratificati orizzontalmente, a creare un contrappunto visivo. Fotografie che, pur nella composta bellezza, forse non hanno la forza brutale e dirompente dell’incursione materica della serie degli Asfalti, che rappresentano l’esito estremo delle potenzialità descrittive del colore in libera interazione con la pellicola. Il fotografo costruisce dal suo mirino, più che trovare in giro, l’universo di segni, che poi lascia vibrare paratatticamente con il solo rispetto della geometria compositiva.
Qui non c’è narrazione alcuna, ma la pura astrazione che ricorda Mondrian ma anche El Lissitsky. C’è l’intreccio delle linee di mezzeria, delle indicazioni e delle frecce, delle linee zebrate dei passaggi pedonali. I quadrati e le circonferenze in acciaio dei tombini, ma anche le gocce di pioggia e uno specchio d’acqua che riesce a rubare, inaspettatamente, un ritaglio di cielo blu. Mentre, come scrive nel testo introduttivo Giorgio Cortenova, il mondo ci sta a guardare…
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daniele capra
mostra visitata il 25 marzo 2006
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