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fino al 30.VII.2011 | Simone Bergantini, American Standard (remix) | Jarach Gallery, Venezia

di - 23 Giugno 2011
Nato a Velletri (Roma) Simone Bergantini si laurea in storia dell’arte all’università La Sapienza. Nel 2004 si trasferisce a Milano dove lavora come fotografo per il mondo della moda e della pubblicità.

Ma Simone non sa fare le foto come gli altri, Simone vede oltre, scappa dall’obiettivo e ricerca un altra energia, quella che si nasconde al di fuori della macchina fotografica.

Vince diversi concorsi tra cui la borsa di studio al Premio Terna, grazie alla quale vola per New York. Conosce già la metropoli ma cerca un nuovo percorso sensoriale, sente un altro progetto, che si allontana dai lavori precedenti. Gli Stati Uniti sconvolgono la normale percezione delle cose di Bergantini al punto da realizzare un progetto fotografico “realmente metaforico”. Acquista in un negozio di oggetti usati a Brooklyn vecchi negativi 4×5 (inch), un intero archivio anonimo. Immagini scattate tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60. Vive nella grande mela per 5 mesi, entra nello spirito della città, ne assorbe le energie. Viene colpito dal consumismo, dall’individualismo del popolo americano. Con la mente fa un salto nel passato e si concentra sul boom economico del dopoguerra, la carica emotiva del tempo che fu. La frenesia del tutto subito e tutto comodo. Usare e gettare, dimenticare ciò che era e vivere ciò che é. Nasce da quelle sensazioni il suo lavoro. Diventa un tramite tra ciò che assorbe e quelle che diventeranno opere d’arte fotografiche. Ricicla gli scatti acquistati, eseguiti da altri ma poi dimenticati, buttati, rifiutati.

Mette in atto l’originale progetto di ridare vita a ciò che era già cestinato e considerato morto. Seleziona centinaia e centinaia di immagine che ritraggono persone “American Standard”‘ le sovrappone, le (remix). Scatti apparentemente diversi ma simili. Realtà gemelle. Due identità distinte che ne formano una terza. Tutto ha dell’incredibile. É simbologia. La metamorfosi dell’essere. Una formula matematica della fotografia artistica; individuo x individuo = un terzo individuo. Il lavoro di Simone é artigianato fotografico allo stato puro. Lavora sulle immagini come un archeologo su un reperto. Non muta la sua natura originale, non cancella i segni dalla storia, non altera il valore del tempo. Si intravede il desiderio di ridare una storia agli Stati Uniti, una nazione immacolata, pulita da fondamenta pre-colonialiste. Sono scatti semplici, comuni che strappano immagini della vita quotidiana, normalissima, a tratti noiosa, statica. I classici ritratti a mezzo busto, in bianco e nero, dove si sente l’odore della vita perfetta, quella tanto desiderata dalla famiglia media americana. Grazie a Simone le immagini prive di anima rubate dagli anni 50, rinascono. Con una vera vita. Fatta di doppie sensazioni e mille emozioni. I ritratti sembrano tremare, come a dirti “ci sono, sono qui, guardami!”.

Una seconda parete della Jarach Gallery ci regala le foto in controcampo. In questo caso le opere sono tutte di un formato diverso, collocate, a prima vista, in modo disordinato, curvo, altalenate. Ma in realtà immagini del comune vivere. Sale da ballo, feste di paese, oggetti quotidiani. Tutte lasciate vergini, con i loro difetti, con le loro imperfezioni. Ma a colori. La parete diventa cromoterapia americana. Simone Bergantini ci stupisce anche nella disposizione delle opere. Seguito da Jacopo Jarach, segna una linea immaginaria sul pavimento, dove da un lato il bianco e nero del mondo apparentemente perfetto. Ordinato, pulito, geometrico. Dall’altro il comune

disordine della reale visone della vita. Con con i sui alti e bassi, con le emozioni, le affettività. Con i colori.

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enrico migliaccio

mostra visitata il 11 giugno 2011

dal 4 giugno al 30 luglio 2011

Simone Bergantini, American Standard (remix)

Jarach Gallery

campo San Fantin, San Marco 1997

di fronte la Teatro la Fenice, Venezia

dal martedì al sabato, dalle 14 alle 20

lunedì e domenica su appuntamento

Info jarachgallery.com

[exibart]

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