La Galleria A+A, sede espositiva del Ministero della Cultura Slovena a Venezia, per due mesi ha cambiato faccia. Ha preso una pausa dal suo ruolo d’interessante e sempre viva finestra sul contemporaneo e ospita una mostra che indaga il lavoro di ricerca di uno dei più famosi artisti sloveni del secolo scorso. Stiamo parlando di Veno Pilon (1896 – 1970), maestro dell’espressionismo, notevole rappresentante della fotografia dei primi del Novecento e uomo dotato di una personalità curiosa che lo ha spinto a vivere nelle maggiori città europee. Dopo essere stato in guerra ad appena diciotto anni e aver vissuto la Rivoluzione d’Ottobre, si dirige a Praga e poi a Firenze per studiare all’Accademia di Belle Arti. Tornato nel paese di nascita, Aiudussina, nel Goriziano, realizza una serie di dipinti ad olio che lo rendono piuttosto celebre fino a farlo partecipare alla Biennale di Venezia del ‘24. Espone in tutta Europa, vive a Vienna e, infine, s’innamora di Parigi, dove rimane per un trentennio. Si lega alla vita di Montparnasse e passa dalla pittura alla fotografia, immortalando la vivacità culturale del quartiere parigino e personaggi come de Chirico, Campigli, De Pisis e altri. Muore nel 1970, due anni dopo il suo definitivo ritorno a Aiudussina, nella casa paterna. Il figlio Dominique fa dono di tutti i lavori ancora disponibili alla cittadina, che costruisce nella sua abitazione un ente tra galleria e museo.
Dalla Galleria Pilon provengono la maggior parte delle opere che sono visibili alla A+A. La mostra si muove su un percorso costruito tra disegni, dipinti e fotografie. E’ possibile vedere le tappe principali della sua evoluzione attraverso le prime opere grafiche che gli hanno portato la notorietà, i dipinti del suo periodo più maturo e alcuni scatti fotografici. I suoi soggetti sono paesaggi, personaggi inconsapevoli in scene della loro vita quotidiana e veri e propri ritratti. Lo accompagna molto spesso l’uso di colori poco luminosi, la distorsione della prospettiva, la mancanza di profondità. I suoi protagonisti sono fermi al tavolo di un caffè come se vi fossero in attesa da un tempo lunghissimo o stanno in posa con uno sguardo perso tra i propri pensieri. L’artista ne coglie questo lato intimo, guardando l’essere umano come fosse alla stregua di un paesaggio, un contenitore di bellezza e poesia all’interno del quale bisogna indagare osservandolo con attenzione e comprensione. Parte dell’eredità che ha lasciato sta, quindi, nelle sue stesse parole: “Il bello è profuso nelle cose e si lascia scoprire solo da chi sa guardare all’oggetto con occhio amorevole“.
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