Cento principesse scappano, senza alcuna alternativa salvifica, camminando impaurite sulle tele. Ne scorgiamo il profilo asciutto e ondivago, il corpo alla sbaraglio, in preda all’ansia della fuga. Una fuga ansiosa che non sembra lasciar posto alla femminilità dei sentimenti né tanto meno alla regalità della forma. Anoressiche e svuotate di tutto, sembrano fare del mal de vivre l’unica ragione di vita.
Ma da chi o da che cosa fuggono? Questa è la prima domanda che suscitano le trenta tele di Heinrich Nicolaus (Monaco, 1955, membro organico al gruppo Dormice), popolate da esili principesse di cui s’intuiscono a malapena gli arti e i cui corpi appena accennati amplificano anziché diluire il dolore di una disfatta. Solo i mille mondi immaginari e fantastici sembrano alleggerire l’ansia esistenziale, particolarmente accentuata grazie a deformazioni fisiche di evidente matrice espressionista (ricordano Georg Baselitz, anche se con un tratto decisamente più infantile). E di volta in volta un mondo colorato a cavallo tra fiaba e realtà, popolato da uomini strani e malvagi, da alberi rinsecchiti, brandelli di giornale e pezzi di stoffa, fa da cornice al movimento sconclusionato delle incerte figure femminili. Spesso sovrapponendosi a vecchi lavori che il pittore tedesco aveva già nel suo studio dopo lunghi anni e che evidentemente non aveva sentito conclusi. È per esempio il caso della tavola LXXXI, in cui la principessa del caso sembra diventare un angelo, dotato di ali, non tanto perché esse siano state disegnate e quindi riconoscibili, bensì per la sovrapposizione con la trama figurativa precedente (realizzata sul finire degli anni Novanta).
La frizione tra il materiale vecchio e la nuova ricerca pittorica produce esiti non scontati, anche se la ripetitività procedurale pare forse eccessiva. Ma comunque, almeno sulla tela, le donne del pittore stanno in piedi: stagliate su sfondi pop da manifesto pubblicitario (tav.LXVIII) o su un fondale rubato al metafisico Giorgio de Chirico, quasi sempre in relazione conflittuale con lettere, parole, oggetti e uomini, che si riducono ad essere mero contesto fantastico. Al quale però, per le proprie dilette principesse impaurite, Nicolaus chiede giustizia di fronte ad un mondo «spaventosamente finto e sbagliato».
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