Che Villa Querini avesse gettato le fondamenta per poter emergere come galleria dedicata al contemporaneo era oramai lampante, ma che a distanza di una così breve “vita” riuscisse a portare in provincia un nome prestigioso come quello di Mario Schifano, forse non era nemmeno pensabile nelle migliori delle ipotesi. La mostra che il SIM (sistemai museali integrati) ha organizzato con la curatrice Giovanna Grossato ha voluto essere una sorta di percorso didattico sui temi e le tecniche che Schifano ha adottato nel corso della sua attività artistica, toccando per l’appunto le fasi significative di una poetica rivolta al contemporaneo, che ha saputo integrarsi al meglio con le vicissitudini sociali. Negli anni ’60 (la prima mostra di Schifano si terrà a Roma nel 1959) l’artista dimostra una particolare attenzione verso l’astratto informale, dove l’influenza dell’arte d’oltreoceano rimarcava la necessità di un “adeguamento” europeo alla nuova espressione centrata sulla reazione al consumismo dilagante e al boom economico post bellico. Schifano passa rapidamente dalle stesure di tele monocromatiche e segnate da linee e numeri, alla rielaborazione pittorica di insegne e oggetti di consumo, aderendo così alla forza espressiva della Pop-Art. Sono noti i dipinti che riproducono in forma abbozzata i marchi di “Coca-Cola” e “Esso”, simili per certi versi, anche se con implicazioni poetiche diverse, al barattolo di zuppa della Campbell dell’artista Newyorkese Andy Warhol. Come i colleghi americani anche Schifano si affida alla serialità quale fonte di esplicazione di un messaggio che vuole superare il dipinto in sé e garantire nel “processo produttivo” una sorta di allarme sociale sulla massificazione dei contenuti. Se l’opera dello Schifano di questo periodo trovava conforto anche nei risultati artistici di altre figure italiane (Armando Testa, Mimmo Rotella, Valerio Adami), le opere del periodo successivo invece sembrano isolarlo: non compaiono più i marchi, ma si arricchisce l’immagine centrata sulla pregnanza dei media. Le caratteristiche opere dedicate al televisore, ai messaggi pubblicitari, all’informazione visiva veloce ed effimera lo coinvolgono per un lungo periodo, e forse non lo abbandonano mai. La pittura di Mario Schifano diventa rapida, poco meditativa…ricca di elementi riconoscibili (immagini televisive e fotografie per l’appunto) rivisitati con l’occhio sensibile dell’artista. Le inquadrature e i frame segnano l’evoluzione di un progresso occidentale con uno spiccato tono di denuncia, ma anche con l’inevitabile manifestazione di una “rassegnazione”.
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la biografia...che idea incredibile!!
Bravi!
Ahn...mmm...vabbuo!
finalmente avrò la possibilità di vedere Schifano. Villa Querini mi ha stupita. Ahn, carino l'articolo del giornalista.
Schifano mi interessa molto perchè lo ritengo un antesignano della complicità tra arte e media. Scopro con piacere sulle pagine del vostro sito che vicino casa esiste una galleria che mi permette di vedere i suoi capolavori. Ottimo. ma non era Schifano uno dei più "soggetti a falsi" del panorama artistico italiano? Correggetemi se sbaglio. Che tipo di inchiesta è in corso circa le sue opere? se mi potete aiutare, grazie.