‘Sculturine’ in mostra alla Fondazione Guggenheim, ma il diminutivo è concesso solo per indicarne il formato, dato che esse sono il risultato progettuale e propositivo del fior fiore degli artisti britannici contemporanei.
Allestite in una elegante infilata di sale, ognuna incasellata nel suo quadratino all’interno di un alveare-espositore color bianco progettato da Alex Welch (sistema perfetto per dare a ciascuna la giusta importanza, tra così tanti modi differenti di intendere oggi la scultura) sembrano la raccolta di un fanatico collezionista di
Thinking big , pensare in grande, è la parola d’ordine che si propone la rassegna, idealmente a tema con gli eventi lagunari del periodo, incentrati sull’architettura e sul modo di pensare il paesaggio.
Organizzata dal museo e da Sculpture at Goodwood, una fondazione che patrocina la promozione della scultura britannica, la mostra contempla la presentazione di ottantasei opere in scala ridotta, di cui trentacinque appositamente realizzate per questo evento , di settantatre artisti che ‘per la loro età rappresentano il XX secolo’ . Un modo interessante per proporre un’arte visiva difficile qual è oggi la scultura, sempre più legata all’utopia o a munifiche quanto improbabili commissioni pubbliche, se non a miracolose decisioni collezionistiche dei singoli, soprattutto in quella Italia in cui le amministrazioni comunali non brillano certo per le scelte in materia.
Un campionario di sculture nei materiali e nelle forme più varie si susseguono a gara per far riflettere sulle occasioni della creatività applicata a marmo, legno, bronzo, gomma, resina, persino carta fotografica. Tra i nomi illustri degli ideatori figurano Rachel Whiteread con la prova per Monument 1999, in resina e plastica, Sir
Ma non tutto di questa nuova generazione inglese è davvero così meritevole ed originale: su molte prove pesa incondizionato il percorso recente della storia dell’arte come nella Dance Macabre di Gillian White che fa il verso a Consagra e Wittgenstein’s Dilemma di Tom Phillips che somiglia straordinariamente troppo a un ‘cubetto’ di Melotti.
Nel Giardino delle Sculture del museo, a completare idealmente e visivamente l’invasione tridimensionale, sono poste alcune opere a dimensioni effettive commissionate appositamente dalla Fondazione e altre già appartenenti alla Guggenheim di Venezia e a quella di New York, di autori, tra gli altri, come Henry Moore, Sir Eduardo Paolozzi, Barry Flanagan .
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www.sculpture.org.uk
http://csw.art.pl/new/97/crag_e.html
stefania portinari
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