Venezia, vista dall’alto, è un intreccio illeggibile ed illogico di calli, percorsi infiniti ed indecifrabili nei quali è facile perdersi. Il viaggio, quello del viaggiatore e non del turista ovviamente, è invece il tentativo di codificare il luogo, scoprendone i percorsi attraverso le culture e le tradizioni, al fine di decifrarlo e ri-conoscerlo come proprio. Elementi antitetici, l’inizio e la fine di un’esperienza esistenzialista, convivono nell’opera di Anila Rubiku (Durazzo, 1970) artista albanese da anni attiva in Italia, già vista durante la Biennale del 2005 con il vasto progetto cittadino site-specific Getting lost in Venice – It’s wonderful. È lei l’artista che tappezzò la città di Venezia di cartelli gialli, sulla falsariga di quelli che indicano ai turisti la strada per piazza San Marco o per Rialto, con indicazioni non topografiche ma mentali, momenti riflessivi su Venezia ed i veneziani e sulla magia del perdersi e ritrovarsi.
La mostra allestita presso la Galleria Traghetto, prima personale dell’artista a Venezia, continua idealmente l’esperienza della Biennale, svelando –superficialmente- i luoghi verso i quali l’artista non ci indirizzava, riportando l’attenzione su particolari cittadini (un ponte, il profilo di un palazzo, una statua equestre, una trifora) che spesso, nella frenesia di orientarsi seguendo indicazioni prefissate e “percorsi” ideati da altri, si dimenticano.
I piccoli lavori (tutti del 2006) appaiono delicati, mappe della città di Venezia realizzate in leggero rilievo su carta di cotone incisa e perforata, e ricamati pazientemente con filo nero. Un filo che non può essere che quello di Arianna, anche se ora conduce verso il centro piuttosto che verso l’uscita. Il filo di Anila ci guida verso una salvezza interna al “palazzo”, verso il punto d’interesse delle cose.
Venice map # 1, Venice map # 2, Venice map # 3, proseguono una tradizione veneziana cartografica d’incisioni -fitte di dettagli- iniziata con la veduta cinquecentesca di Jacopo De Barbari, rievocazione di un luogo attraverso le sue peculiarità (Venetian dawn, Venetian noon, Venetian sunset, ricami su tela di lino e merletto del 2006). I luoghi d’interesse sono contrassegnati da punti gialli e rossi ricamati che sembrano piccoli fiori; assenti i nomi, inutili in un percorso cognitivo che giunge alla conoscenza attraverso lo smarrimento, in cui ogni particolare d
A coronamento del progetto sono esposte anche le chine su carta intitolate Venice embroider, The sound in Venice, Getting lost in Venice # 1 (“Niente di più facile che perdersi a Venezia; e, anche niente di più divertente…”), A story about needlepoint e la poetica casetta luminosa in 3d The house of the rising sun, con la quale l’artista vinse, nel 2005, il secondo premio Targetti Light Art Award. E, ancora, gli interni d’abitazione in carta ricamata ed inserti di pizzo (perché anche il viaggio più estremo, come sosteneva Kerouac, presuppone un ritorno a casa, nella dimensione intima). Sembra l’ennesimo omaggio a Venezia; si tratta invece di un’apologia del viaggiare, del lasciarsi andare tranquilli, tracciando tra due punti un “arabesco piuttosto che un segmento”. Senza temere l’incontro fatale con il Minotauro.
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