Gli “omuncoli” di
Paolo Ventura (Milano, 1968) si muovono come
all’interno di una bolla d’aria, galleggiano senza gravità, tenuti in piedi
grazie ai loro vecchi abiti rigidi dai colori d’inizio secolo scorso.
I costumi di scena sono brandelli consumati di brandelli,
ritagliati infinite volte in microscopiche strisce da cui le dita lillipuziane
dell’artista ricavano gli abiti per attori che poi inserisce in un’atmosfera da
film neorealista. Sono clown, giocolieri, ballerine, ma anche soldati; c’è chi
cucina, chi passeggia, chi si aggira tra le bancarelle della fiera portando un
mazzo di palloncini colorati, forse il frutto di una vincita (
Sunday Fair, 2007).
Tuttavia non c’è trama e la storia procede lenta,
dispiegandosi in un tempo infinitesimale che non è praticabile per noi esseri
umani. È solo grazie al lavoro d’ingrandimento operato dall’artista che è
possibile osservare brevemente gli elementi di questi microscopici set, prima
che vengano distrutti per sempre.
L’ipotesi di una valenza temporale nel lavoro di Ventura
emerge chiaramente considerando
Night without Moon e
Before the Rain, due scatti in cui compare la
stessa casa ripresa da due angolazioni differenti e in due momenti diversi della
giornata. Inquadrata dall’alto, l’abitazione appare illuminata per le ore
notturne, mentre nello scatto successivo la luce è quella naturale, umida e
fredda dei pomeriggi piovosi.
I singoli elementi compositivi vengono immortalati dall’obiettivo
secondo una modalità sequenziale quasi cinematografica, che si sviluppa assecondando
le direttrici temporali e ignorando quelle spaziali. È come se Ventura volesse
giocare un brutto scherzo alla nozione classica di temporalità, inducendo gli
oggetti a trascinarci in un “noir fotografico” e indicando la fotografia come
luogo dell’apparizione di un indizio, in cui è custodito tutto il reale
possibile nel breve tempo guadagnato prima della sua inesorabile cancellazione.
Da non perdere anche il progetto del videoartista russo
Victor
Alimpiev (Mosca,
1973), che mette in dialogo tra loro due grandi schermi installati in due
diverse sale della galleria, rispettivamente la Cattedrale Ovest e la Drawing
Room.
Attraverso questo espediente allestitivo,
To Trample
Down an Arable Land, esposto
per la prima volta in occasione della terza Biennale di Mosca, obbliga a
rimanere sull’uscio, fra le due stanze attigue, per poter cogliere l’infinita
serie di rimandi visuali che Alimpiev fa compiere alle quattro giovani donne
attraverso lenti movimenti ascensionali. Simili al flusso di una marea o al
movimento di un aratro che solca la terra.