C’è un breve ponte in legno e ferro, leggermente inarcato, c’è una bussola in vetro che immette nell’atrio pavimentato a mosaici policromi ed intonacato a calce. La scala per la biblioteca che lascia intravedere la pietra bianca d’Istria, la grande vetrata che solo idealmente separa l’aula Gino Luzzato dal giardino con la vasca d’acqua, la saletta dei conferenzieri, il portego. E c’è tutta l’iconoclastia ieratica della Venezia che fu nell’intervento architettonico realizzato da Carlo Scarpa per il piano terra della Fondazione Querini Stampalia di Venezia (iniziato nel 1959 ed inaugurato nel 1963). Un restauro che, oltre ad eliminare le decorazioni ottocentesche, nasce da reali esigenze di risanamento statico delle murature e di salvaguardia dell’area dall’acqua alta.
In quelle stesse sale, pensate e strutturate dall’architetto proprio come spazio culturale, è allestita di Margarita Andreu (Barcellona, 1953); una meta-mostra, in realtà, perché la fotografa spagnola, in occasione del settimo seminario annuale di studi scarpiani (per promuovere il dibattito intorno alle attività di restauro delle opere dell’architetto veneziano), presenta sedici scatti di grande formato che ritraggono gli stessi spazi, già autonomamente in esposizione.
Alcune mostre determinano, altre invece riflessivamente sottolineano e con processi mentali più che retinici, osservando con dovizia, dal dettaglio recuperano l’unità. La lineare leggibilità dei lavori scarpiani è intrisa di dettagli imperdibili, ora ripescati nella storia, ora ad essa genialmente adattati, che rischierebbero forse di essere tralasciati dall’occhio veloce e distratto del visitatore. Dettagli che non tralascia lo sguardo iper-scrutante della macchina fotografica. Il lavoro di Andreu, ritrattista di architetture, qui più che altrove, ambisce a rivelare –e a rivelarsi- sottolineando. Non documenta un restauro bensì ricolloca i punti di fuga del nostro guardare, alla scoperta straniante di elementi fisici al contempo bi e tri-dimensionale.
Nuove dinamiche determinano gli spazi e le opere, il contenitore e l’oggetto contenuto: entrambi luoghi che ora si annullano, ora si rispecchiano, ora, nella scansione ritmica dell’allestimento, dialogano, svelandosi ed anticipandosi a vicenda, Un po’ come i giochi di aperture con le quali Scarpa snelliva le murature ed introduceva visivamente i percorsi architettonici. Nelle pose geometriche e scorciate l’Andreu bene restituisce la chiarezza delle costruzioni luminose scarpiane, l’eleganza delle pause architettoniche, la pura freddezza della pietra, le antitesi materiche e cromatiche, il ritmo silenzioso ma solenne di certe figure progettuali. Tutto si compenetra qui, i pieni nei vuoti, l’acqua nel marmo, la fotografia nell’architettura. E la pellicola si adatta alla pietra, ciascuna funzionale all’altra: dicotomie azzardate che solo a Venezia possono unirsi, significare.
gaetano salerno
mostra visitata l’ 11 dicembre 2004
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