Un’arte asimmetrica. La sintetica definizione di Pierre Alechinsky (Bruxelles, 1927) a proposito della propria opera (1948, la Parigi di allora) è la chiave di lettura critica per una produzione altrimenti vastissima e ramificata. Un’asimmetrìa totalizzante e contaminata, alternanza sincronica di tecniche, soggetti, visioni. La mostra allestita presso la Galerie Bordas ne ripercorre le tappe focalizzando l’attenzione –come è consuetudine dello spazio veneziano- sulla produzione grafica.
Il pittore estende la ricerca al campo dell’incisione e alle possibilità offerte dall’uso di materiali alternativi all’olio come l’acrilico o l’inchiostro (adottati definitivamente dal 1965). Le litografie, le xilografie, le acqueforti, le puntesecche, i disegni qui esposti -in buona parte provenienti dall’archivio privato dell’artista- ne documentano l’evoluzione attraverso un’interessante giustapposizione di stampe e prove di stampa, stati in nero e a colori (numerosi corredati di annotazioni a matita che coniugano intento estetico e documentaristico), copertine di libri e cataloghi, testi illustrati. Sono le digressioni surrealiste, la scelte di un’arte provocatoria sfociata, grazie al sodalizio con Jorn, Appel, Corneille, Dotremont, nella formazione del gruppo CoBrA (1948-1950), a determinare in Alechinsky alcune intuizioni fondamentali. L’interesse per le introspezioni dell’inconscio individuale (la “scrittura interiore”) e l’audacia dell’anti-accademismo militante stanno alla base di quella espressività indipendente e spontanea che ne caratterizza con vigore (e con rigore) tutto il percorso linguistico.
Le lion, Mais où sont-ils?, Facteur Rhésus, Compartiments, La naissance d’Eros, Chapeau fort –alcune delle opere presenti- eseguite talvolta mischiando più tecniche d’incisione, sono pure visioni che un’immaginazione feconda evoca con macchie d’inchiostro, con delicati e labirintici arabeschi, individuando figure polimorfe, animali, segni: mostri generati qui da un sonno irrazionale ed onirico. E del sogno le opere di Alechinsky possiedono l’inafferrabilità, l’evanescenza, i contorni fugaci che nervosamente lambiscono i confini della ragione, senza però raggiungerli. Il tratto è sottile, curato (Schismes, quattro litografie policrome nate dalla collaborazione con Emil Cioran), talvolta grave nelle linee marcate di rimando fumettistico (la serie Vulcanalyses), ora minimalista (Trilingue), ora barocco e ipercinetico (L’inconditionnement humain), senza mai venir meno all’equilibrio, di sapore orientale, mutuato dai modelli grafici del giapponese Shiryu Morita e dalla pittura del cinese Wallace Ting.
Le narrazioni sono silenziose e veloci, come il pensiero. Non c’è spazio per digressioni simboliche. L’attenzione va alle cromìe chiaroscurali che l’incisione consente, capaci di restituire intatta la tensione di un’azione fisica, vitale, eppure raffinata.
gaetano salerno
mostra visitata il 25 settembre 2004
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