Provinciale 11, Raccolti 2025, Lunigiana, photo: Francesca Rossi
Quest’anno, le ultime settimane di luglio le ho passate a Casa Vettese-Donati, in Lunigiana, per prendere parte alla residenza Raccolti, organizzata dal collettivo Provinciale 11. Per due settimane ho condiviso tempo e pratiche con altri artisti, intrecciando vita quotidiana, paesaggio e ricerca. Il testo che segue nasce da quell’esperienza e restituisce, in forma narrativa, alcuni frammenti di viaggio e di osservazione che hanno orientato il mio sguardo.
I viaggi non cominciano quando si parte, ma quando si guarda fuori dal finestrino e qualcosa nel paesaggio inizia a rispondere. Non sai bene a cosa. Forse a un ricordo, forse a una domanda non ancora formulata. Per me è cominciato con un vetro rotto che brillava come un diamante, in mezzo ai campi.
Siamo saliti in treno a Milano in tre: io, Paola e Arijit. Era una mattina caldissima. Ci siamo seduti vicino al finestrino e, come sempre accade quando si lascia la città , abbiamo cominciato a guardare fuori. La Bassa Padana si stendeva davanti a noi, piatta come un foglio. Casolari sparsi, tetti inclinati, filari di pioppi immobili. Arijit guardava il paesaggio: “Sai,” ha detto, “questa potrebbe essere l’India in certe zone. Ci sono case così anche lì. Stesse costruzioni, stesso paesaggio.”
Poi, d’improvviso, una struttura abbandonata. Forse un vecchio capannone agricolo, coperto di vetri rotti. Il sole l’ha colpito e per un momento velocissimo ha brillato. Schegge e frammenti riflettevano la luce, sparsi in mezzo al nulla.
Arrivare in Lunigiana è stato come varcare una soglia temporale. Le montagne si sono fatte più vicine, le curve più strette, le case più silenziose. Mulazzo ci ha accolti senza clamore, come le cose che non hanno bisogno di convincerti.
La casa dove avremmo vissuto per due settimane, Casa Vettese-Donati, ci aspettava, e ci aspettavano anche Alberte, Carolina, Emanuele, Ludovico e Maddalena. Poco dopo sono arrivate Giuditta e Marina insieme ai gatti e il giorno successivo Arnold e Oliviero.
Durante i giorni della residenza abbiamo camminato, osservato, parlato. Abbiamo cucinato insieme, scritto insieme, letto ad alta voce poesie. Abbiamo nuotato nei fiumi, immersi nell’acqua fredda tra i sassi e le correnti, circondati da alberi che sembravano più antichi del tempo. Abbiamo attraversato stretti scivolosi, cercando l’appoggio delle rocce con le mani, sentendo la forza dell’acqua contro le gambe.
Spesso, la sera, si accendeva un fuoco.
Il falò, sempre più frequente col passare dei giorni, è diventato uno spazio sospeso in cui stare assieme. Ci mettevamo in cerchio, chi parlava, chi ascoltava. Chi cantava.
Eravamo in tanti, e ci conoscevamo poco.
Ascoltando gli altri, anche i propri pensieri si rimettevano in prospettiva.
Come se si rivelassero nuovi, o almeno piĂą vasti, piĂą sfumati.
Bastava una frase di qualcuno per aprire un pensiero nuovo, per rimettere in discussione quello che pensavamo di sapere.
La sera del nostro arrivo ci siamo seduti tutti insieme a cena.
A un certo punto Paola ha detto:
“C’è una luce laggiù. Sembra una spilla che brilla sulla collina.”
Mi sono voltata.
In fondo al nero, tra la trama fitta degli alberi e l’ombra delle cime, c’era davvero una piccola luce. Una finestra accesa, forse. O una lampada. Un punto solo.
In quel momento ho pensato al vetro rotto visto dal treno.
A come anche quello brillava, all’improvviso, nel mezzo del nulla.
E ho sentito che qualcosa stava succedendo.
Una specie di allineamento silenzioso.
Come se il paesaggio stesse parlando, non con parole, ma con segnali luminosi.
Bagliori. Presenze.
Quella sera ho pensato che forse la mia ricerca, in quelle settimane, sarebbe potuta partire da lì.
Dai bagliori nel paesaggio.
Dai piccoli lampi che appaiono quando nessuno guarda.
Come gli occhi degli animali nella notte, fermi nel bosco, improvvisamente vivi quando la luce li sfiora. O come le persone, che si svelano piano piano, e solo a chi ha pazienza di guardare.
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