Rarovideo pubblica in questi giorni la riedizione in quadruplo dvd della trilogia di Paul Morrissey (New York, 1938): Flesh, Trash e Heat. Trilogia che fa perno su un elemento: il protagonista Joe Dallesandro, utilizzato alla maniera di un objet trouvé; l’attore viene posto in mezzo alla scena, alla trilogia, ai singoli film, scrutato dalla macchina da presa con il suo corpo, la sua straordinaria, malinconica bellezza che rimanderebbe a scenari irreali se non fosse calata in contesti tanto prosaici.
Flesh, infatti, presenta un ragazzo che si prostituisce (con uomini) per mantenere moglie e figlio; Trash presenta tranches de vie di un tossicodipendente; Heat infine si pone ai margini di Hollywood, dove si trascinano i reietti di questo sistema, come il protagonista, un ex “bambino-prodigio” televisivo che cerca con ogni mezzo di rientrare nel giro.
I tre film propongono uno scenario assolutamente desolante, dichiarando definitivamente inutilizzabile il concetto di “sogno americano”; i personaggi (la generazione?) che scorrono davanti agli occhi dello spettatore e alla macchina da presa (raramente così vicini ad una totale identificazione come nel cinema underground, soprattutto quello uscito dalla Factory di Warhol) sono senza speranza e paiono averlo accettato; l’elemento portante è la corruzione, o addirittura la corrosione che intacca dall’interno questi personaggi, specchi estremi degli uomini postmoderni e post-pop (l’ottimismo eventualmente presente nella Pop Art sembra qui definitivamente abbandonato).
La differenza rispetto ai film di Andy Warhol, a cui Morrissey collaborava, è nella presenza di una trama e una sceneggiatura, per quanto queste siano esigue e lascino spazio all’improvvisazione. Ma anche qui vale il “What you get is what you see” (“Quello che ottieni è esattamente quel che vedi”: Lou Reed e John Cale in Songs for Drella) che descrive la coincidenza tra fiction e realtà nei film di Warhol: gli attori si producono in vere e proprie performance, la staticità e la fissità dello sguardo di Dallesandro pongono il suo corpo sulla scena come oggetto d’arte; i film sono stati girati nell’arco di pochi giorni e la camera non segue alcuno schema codificato.
Le scene che appaiono paradigmatiche sono quelle che costituiscono uno stacco e un’ulteriore rallentamento del film (tendendo all’immobilità), come la scena –poetica nonostante tutto- in cui Joe gioca con il suo figlioletto, quella dell’iniezione di droga, o i vari tentativi della compagna di Joe di fargli riprovare il piacere sessuale che gli è negato dall’uso eccessivo di droga.
L’occhio di Morrissey è neutro, come sottolineano Sivia Baraldini e Dacia Maraini nella conversazione filmata presente nel Dvd extra (contenente anche il film-documentario di Mario Zonta sulla riproposizione della trilogia al Festival di Cannes e le scene tagliate dai tre film): non viene espresso alcun giudizio. Come nello stesso periodo i Velvet Underground avevano introdotto nel rock storie di travestiti, droga e prostituzione, le storie di strada newyorkesi, così fece Morrissey nei film, in una maniera più cruda di quanto facesse Warhol.
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