Venticinque anni sono pochi da quando la prospettiva di vita media dell’uomo si è allungata. In questo caso però sono tanti, anzi tantissimi per un festival d’arte elettronica. Era il 1979 quando a Linz in Austria Ars Electronica iniziava ad occuparsi della rivoluzione digitale, analizzando gli effetti sociali e culturali dei media elettronici e delle tecnologie per la comunicazione. I punti di vista da cui sono state osservate le vicende di questi 25 anni sono state fin dall’inizio teoriche artistiche e scientifiche con aspetti sia critici che utopici, ma soprattutto sono state fatte riflessioni sulle tecnologie elettroniche attraverso e oltre i loro potenziali sviluppi.
Anno importante dunque il 2004 per tirare le somme di 25 anni d’attività e di attenta registrazione dello sviluppo di nuove forme d’arte e di nuove pratiche creative legate in senso stretto alla tecnologia e alla scienza. Titolo della manifestazione di quest’anno è Timeshift – the word in Twenty-Five Years: la considerazione di partenza è identificare gli sviluppi che hanno avuto la forza di essere trascinanti nelle arti, nella tecnologia e nella società durante un quarto di secolo. Si è cercato di rispondere a domande quali: quale sarà domani il “carburante” dei figli del cyberspazio? Le comunità globali si opporranno all’economia globale? I cittadini di una società civile sempre più networked si rivolteranno contro uno stato che sembra essere sempre più controllore che amministratore? Il centro dell’Information Tecnology è passato definitivamente in India e in Cina? Fondamentalismo o paura del terrorismo? Le domande sul futuro sono tante e non finiscono qui. E non basta certo un festival a esaurire gli argomenti.
Eppure va preso in considerazione, come testimone di eccellenza di un enorme archivio che rappresenta la più riuscita analisi di tendenze e d’interpretazioni sorte dall’incontro tra arte e tecnologia, il Prix Ars Electronica. Diventato con gli anni una pietra miliare è ancora il segnale che indica sia da dove si sta arrivando sia quanto lontano si sta andando. In questo senso il Golden Nica assegnato a Chris Landreth per Ryan, nella categoria Computer Animation and Visual Effect, ne è un perfetto esempio. A metà strada tra un film di animazione e un documentario è un corto che spinge l’idea di ispirarsi ad una storia vera – un’intervista a Ryan Larkin, un leggendario disegnatore di film di animazione canadese ora mendicante per le strade di Montreal – dentro nuovi territori sia in termini tecnici che di narrazione.
Tutto il film è in 3D – ma i personaggi e la caffetteria in cui si svolge l’intervista sono resi in ciò che Chris Landreth stesso chiama “psicorealismo”. I volti dei personaggi sono fotorealistici, ma distorti in una dimensione psicologica. La storia stessa subisce questa distorsione, quando il personaggio di Chris realizza che l’intervista realistica sta diventando contemporaneamente anche un documentario su se stesso. Così Landreth riesce a capovolgere l’idea del film-documentario e le immagini fotorealistiche in 3D in una nuova forma, aprendo la porta a rinnovate possibilità di racconto per i film d’animazione. Ryan in realtà è un film sul passaggio dalla considerazione della realtà oggettiva e trascendente all’analisi del pensiero umano in tutte le sfumature emotive e psicologiche. La stessa che separa la società meccanica e seriale da quella elettronica e individuale. Un’opera cinematografica che ci fa vedere tutti i piani dell’incredibile complessità, del caotico disordine, affascinante, ma sempre conflittuale, che, con un ottocentesco termine, continuiamo a chiamare “natura umana”.
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simona lodi
[exibart]
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