Ai suoi collaboratori raccomanda sempre di non essere né accurati né verosimili. Perché stanno creando un mistero e devono renderlo davvero misterioso. Lo scorso giugno, in occasione della prima del Castello errante di Howl in America, il MoMA gli ha dedicato una retrospettiva con una selezione dei suoi lungometraggi, classici indiscussi dell’animazione come Nausicaa della Valle del Vento, My Neighbor Totoro, La Principessa Mononoke e La Città Incantata. Vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 2002, di un Oscar per il Miglior Film di Animazione nel 2003, Hayao Miyazaki (Tokyo, 1941) ha appena ricevuto all’ultimo Festival di Venezia il Leone d’oro alla Carriera.
Nel suo ultimo lavoro, Il Castello errante di Howl, si ritrovano ancora una volta i temi che hanno contribuito, assieme allo stile inconfondibile, a rendere i suoi lungometraggi animati dei capolavori della cinematografia giapponese, apprezzati da maestri come Akira Kurosawa. La trasformazione, il cambiamento interiore dei personaggi, la volontà di non definire mai nettamente il confine tra buono e cattivo, la bellezza imponente della natura, fatta di paesaggi aerei e sospesi, pieni di mistero e pervasi da una potenza quasi animistica.
Tratto dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones, scrittrice inglese di libri per bambini, Il Castello Errante di Howl narra l’incredibile avventura di Sophie, diciottenne trasformata in una vecchietta dalla vendicativa Strega delle Langhe, che ha creduto di vedere in un suo incontro fortuito con l’affascinante mago Howl l’indizio di una relazione amorosa.
Sophie, resa irriconoscibile dal maleficio, fugge da casa e si imbatte proprio nel teratomorfo e semovente castello del mago. Al suo interno, oltre al mago stesso, abitano il piccolo apprendista Markl e Calcifer, il demone del fuoco che fa muovere il castello. Inizia così una particolare convivenza, sullo sfondo di una terribile guerra condotta tra due regni rivali, che sconvolge insensatamente la vita della gente e che deturpa i paesaggi idilliaci in cui il film è ambientato.
Tra colpi di scena e continue mutazioni, in una realtà sfuggente dove nessuno è realmente ciò che appare, arriva il lieto fine, che suona però come un monito contro l’inutile e cieca violenza della guerra. Una favola semplice nel suo impianto, che nasconde però tensioni profonde, senza dividere troppo nettamente i personaggi in positivi e negativi.
Una semplicità che si sposa con la tecnica dell’animazione, mantenuta da Miyazaki più vicina possibile all’artisticità/artigianalità che la caratterizzava agli esordi, e dove l’uso della computer grafica viene dosato per ottenere il miglior connubio tra moderno e tradizionale: i disegni dei personaggi e degli sfondi, realizzati a mano, vengono solo in un secondo momento scannerizzati e tradotti in formato digitale per i movimenti di camera e gli effetti speciali. Dopotutto, si tratta di creare un mistero…
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