A Créteil, periferia rossa a sud di Parigi, si svolge da più di dieci anni EXIT, festival internazionale pluridisciplinare che ricerca l’ibridazione di tutti i generi artistici tra loro e con le nuove tecnologie interattive. Il luogo, una “casa delle arti” anni ‘70, casermone lineare e luminoso, si è tramutato in un labirinto futuristico immerso nella notte. All’ingresso due schermi doppi che proiettano all’infinito i film del sito internet Cinematic, video sperimentali classici ma piacevoli come decorazioni da salotto.
Quest’anno il festival ha reso omaggio alla luce, presentando nuovi esperimenti artistici sui vecchi principi di illusioni ottiche del movimento, come nel cinema dei fratelli Lumiéres (e l’esposizione si chiama appunto Lumiére): un percorso arzigogolato tra 16 installazioni sparse nel buio (tra gli altri Christian Partos e Toshio Iwai), le stupefacenti sculture cinematografiche del neosurrealista Gregory Barsamanian, forme temporali e animate che creano l’illusione del movimento come in un flipbook complicatissimo e tridimensionale combinato con uno stroboscopio, gli spazi mentali infiniti e le illusioni fisiche destabilizzanti di Erwin Redl (Matrix II), ottenuti grazie a un procedimento semplicissimo (piccole lucine verdi stese su una ragnatela di fili).
Le creazioni teatrali cercano nuove forme di spettacolo, in una mescolanza che sublimi tutte le arti pure e introduca ancora una volta le nuove tecnologie: The Busker’s opera di Robert Lepage è un opera-musical che si svolge in un Dj e Vj setting, mentre Back to the present, della star berlinese Constanza Macras, è un porno balletto vitale e inquietante sulla tele-realtà e il riciclo.
Deludono invece le performance in miniatura, piccoli spettacoli di 15 minuti, fintamente avanguardistici e abbastanza scontati: nello spettacolo dei Logos, dei ballerini nudi mettono in moto con le onde elettromagnetiche del loro corpo un robot pianista; un uomo-uovo racchiuso in una scatola di plastica dichiara di non essere rinchiuso in un cubo nello spettacolo dei Vlado repnik; nei video splitscreen dei Motiroti dei piedi e dei volti di tutto il mondo rivendicano la diversità culturale in modo piuttosto inutile e nenache troppo toccante.
Piuttosto convincente invece Granular Synthesis di Kurt Hentschlager e Ulf Langheinrich , un dispositivo che crea una teatralizzazione del video a partire da una sintesi di suoni e immagini duplicate all’infinito su computer: immersi in una vibrazione uditiva, amniotica e di bassa frequenza, si riceve dallo schermo il triplice attacco visuale di una linea che crea la stessa vibrazione ma ottica, spesso blu e sempre in moto. A volte ipnotico e a volte fastidioso, lo spettacolo finisce dopo un’ora di granuli di musica e di immagine, con una cascata di colori sfasati come un quadro di Rotchko sotto acido.
Per finire, un set di 4 dj e 2 vj che si alternano fino all’alba nel centro della Maison des Arts. E il pubblico danza in mezzo e sopra le installazioni di luce: si danza sopra al tappeto nuvola interattivo di Holger Forterer e sopra alla folla proiettata per terra che segue un raggio luminoso di Du Zhenjun. Che sia questa l’interattività tanto declamata dal festival?
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